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di Roberta Polese

Corriere del Veneto, 5 dicembre 2024

Manca, l’ex della Mala: “Una volta libero la folla mi spaventava”. Il Doge: era questo il soprannome di Giampaolo Manca, veneziano, 70 anni, esponente di spicco della Mala del Brenta, l’organizzazione criminale attiva nel Nordest guidata da Felice Maniero tra gli anni 70 e 90. Coinvolto in attività criminali come rapine, furti e traffico di droga, è stato condannato per l’omicidio dei fratelli Rizzi. “Quando mi diedero l’ergastolo non andai nemmeno in aula, era giorno di colloqui ma io mi ero già abituato all’idea, sapevo di non avere scampo”. Giampaolo Manca, il “Doge della Mala del Brenta”, ha 70 anni, 36 di questi li ha passati in cella, anche nelle carceri di massima sicurezza di mezza Italia. Oggi è fuori. Scrive libri e con i proventi sostiene un’associazione padovana che si occupa di bambini autistici. Conosce bene la parola ergastolo: ebbe quella condanna per l’omicidio di Massimo e Maurizio Rizzi, freddati a colpi di pistola il 10 marzo 1990 insieme a Franco Padovan sull’argine del fiume e poi sepolti.

Manca, una parola, “ergastolo”, che fa paura. La stessa pena comminata a Filippo Turetta...

“Ma io avevo 40 anni, questo ragazzo ne ha 22. Per lui sarà più difficile, io avevo una storia criminale, Turetta non arriva da quel mondo lì. Ma quello che lui non sa è che sono due gli ergastoli che dovrà scontare: quello della giustizia e quello della sua coscienza, il rimorso non lo abbandonerà mai”.

Che cosa si prova a sapere che non si uscirà più di cella?

“È terribile, le tue speranze sono a zero, hai due opzioni davanti: o vivi o muori, per fortuna per me quella sensazione durò poco più di un anno perché in Appello la mia pena venne ridotta a 36 anni”.

Trentasei anni sono un’enormità...

“È vero, ma nonostante questo la prospettiva mentale di avere un fine pena, anche se lontanissimo, apre molte speranze, è difficile spiegarlo a parole”.

Che cosa ha rappresentato per lei il carcere?

“Il carcere può essere una medicina, una cura per gli errori fatti, sai di aver commesso un errore enorme e quello che stai vivendo è quello che ti meriti, lo spazio è piccolo ma ci si abitua, ci si abitua anche al lento scorrere dell’alternanza di aria e cella. Io ho attraversato varie carceri, sono stato vicino a persone molto pericolose, erano gli anni ‘90, lo Stato con i mafiosi usò la mano pesante, conobbi uno ‘ndranghetista che uccise un suo rivale facendolo a pezzi nella vasca da bagno. Ho visto quest’uomo pentirsi e piangere, non resse, si suicidò”.

Sono molti i suicidi in carcere, ha mai pensato di togliersi la vita?

“Ero nel mezzo della pena, dopo 15 anni in cella credevo che non avrei più resistito e sì, ho avuto l’idea di togliermi la vita, ma poi ho pensato alla mia famiglia: avevano già sofferto abbastanza per colpa mia, se mi fossi ucciso per loro sarebbe stato un altro dolore troppo grande, sarei stato un codardo. Ho deciso di resistere, loro mi hanno salvato”.

Spazi angusti, stretti, sensazione di mancanza d’aria, è stato mai colto da qualche crisi?

“Mi è successo in uno dei furgoni di massima sicurezza che trasporta i prigionieri pericolosi dalle carceri ai tribunali per i processi. Lì manca l’aria, una volta ho chiesto l’ambulanza, dal quel momento ho deciso di non andare più alle udienze, non riuscivo a salire lì dentro”.

Le avranno fatto impressione le parole del sottosegretario Andrea Delmastro “È una gioia non lasciare respiro a chi sta sull’auto della penitenziaria”...

“Parole sbagliate e dolorose. Uno Stato forte non è uno Stato cattivo, la pena non è una vendetta, anche se purtroppo in questo Paese è così”.

Turetta uscirà tra molti anni, lei cosa provò quando uscì dopo la detenzione?

“Ricordo quel corridoio di 200 metri che mi portava all’uscita, ho camminato nelle nuvole”.

È stato facile ambientarsi, fuori?

“No, ricordo che avevo brutte sensazioni nello stare in mezzo a tante persone, una volta sono scappato da un supermercato perché c’era troppa gente”.

Cosa direbbe a Turetta se potesse parlargli oggi?

“Di guardarsi dentro, di diventare consapevole di quello che ha fatto, è giovane, spero che qualcuno si prenda cura di lui, temo che possa farsi del male”.

Chi ha salvato lei?

“La fede: pregavo che mio padre in coma non morisse, avevamo avuto un pessimo rapporto ma gli volevo bene, Dio ascoltò le mie preghiere, le ascoltò anche quando pregai per mio fratello gemello, che stava male. Esauditi questi due desideri mi misi nelle mani di Dio, e fu la mia salvezza”.

Serve chiedere perdono alle famiglie delle vittime?

“Non serve a nulla, sono tutte falsità, serve solo chinare la testa. Non c’è perdono per quello che abbiamo fatto”.