sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Chiara Saraceno

La Stampa, 15 maggio 2026

Hanno paura del futuro e sono consapevoli del peso delle diseguaglianze, specie di quelle dovute al colore della pelle, alla appartenenza di classe sociale, al genere. Condividono con i genitori la preoccupazione per le guerre, ma pensano che i genitori siano molto meno preoccupati di loro su altre questioni che considerano importanti: la difficoltà a trovare lavoro, i diritti delle persone, il cambiamento climatico, la distruzione della biodiversità, le diseguaglianze sociali. Soprattutto li sentono molto distanti rispetto alla propria percezione che la voce di chi è giovane non è né cercata né ascoltata da chi definisce le priorità politiche e sociali. Una percezione (non infondata) che li fa sentire estranei rispetto a qualsiasi tipo di organizzazione, politica, ma anche associativa, che vivono come governate da agende che non li prevedono come interlocutori e co-decisori, ma solo come esecutori.

Un’indagine pilota del Forum Diseguaglianze e Diversità su 3000 studenti di 17-19 anni delle due ultime classi di una ventina di Istituti superiori di ogni indirizzo e collocazione geografica, conferma - soprattutto sulla paura e incertezza circa il futuro e sulla sfiducia nella capacità delle leadership politiche di ascoltare e realizzare le esigenze giovanili - dati di indagini più corpose e statisticamente rappresentative, a partire da quelle Istat e dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. Ma offre anche qualche elemento per ragionare non semplicisticamente su quella che troppo spesso viene definita indifferenza, o insensibilità, delle giovani generazioni per le questioni politiche e sociali e per la partecipazione politica. L’elenco e la graduatoria delle loro preoccupazioni, pur con differenze e talvolta anche polarizzazioni che sgretolano l’immagine astratta di una categoria “giovani” appiattita nell’omogeneità, segnalano, infatti, una forte attenzione per questioni cruciali per la tenuta della società e il futuro e anche una capacità di analisi non scontata. Interessante, da questo punto di vista, il fatto che tra le cause delle disuguaglianze sociali diano più importanza al colore della pelle, al genere e alla classe sociale che al reddito, ovvero a dimensioni che non sono solo economiche, anche se possono avere conseguenze economiche, ma riguardano gerarchie di riconoscimento e relazioni di potere. È probabile che questa sensibilità, che emerge anche da un recente rapporto Unicef sui quindicenni nei Paesi sviluppati, sia dovuta al fatto che oggi i giovanissimi crescono in contesti in cui, non solo le diseguaglianze di genere e di etnia fanno parte del discorso pubblico in maggior misura di un tempo, ma la condivisione di informazioni e spazi materiali e virtuali rende più immediatamente visibili le diseguaglianze sociali di opportunità e di riconoscimento dei propri valori e desideri.

Per contrastare le ingiustizie sociali e ambientali che denunciano, i giovanissimi intervistati dal Forum Diseguaglianze e Diversità sono disposti a mettere in atto comportamenti individuali, quali un “corretto uso delle risorse”, “consumi consapevoli”, “denunzia all’autorità di atti ingiusti”, e anche un voto consapevole alle elezioni, molto meno a partecipare ad azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni, manifestazioni, un po’ di più al volontariato. Parte della diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti”, ma anche “sono inefficaci”. Una valutazione, quest’ultima, che probabilmente nasce anche dalla delusione seguita alle diverse mobilitazioni organizzate proprio dai giovani, prima sull’ambiente e poi sulla tragedia palestinese. Coloro che dichiarano i più alti livelli di preoccupazione per le disuguaglianze sociali mostrano anche la maggiore disponibilità ad attivarsi in forme organizzate. Ma anche tra questi la preferenza per l’azione individuale rimane prevalente. Sfiducia in organizzazioni che non li/le riconoscono come interlocutori e con agende che sentono estranee ai loro problemi e interessi alimentano così quella che chiamerei non individualismo egoistico e irresponsabile, ma una “attivazione individuale” che non riesce a diventare collettiva. Anzi, fa rappresentare la stessa partecipazione ad azioni collettive come inutile, se non da servi sciocchi, quindi possibile causa di emarginazione da parte dei pari, di cui si teme il giudizio.

Si tratta di dati riferiti a un piccolo campione, quindi occorre evitare ogni generalizzazione indebita. Suggeriscono, tuttavia, che più che preoccuparci di coloro che scendono in piazza per protestare più o meno rumorosamente, occorrerebbe creare spazi e occasioni per valorizzare la capacità critica e la disponibilità a assumere la propria responsabilità per come va il mondo da parte di giovanissimi che, alle soglie dell’età adulta, si sentono silenziati e svalorizzati. Il Parlamento dei giovani lanciato in questi giorni va in questa direzione. Ma rischia di diventare esso stesso un altro organismo percepito come estraneo dai più, se non è accompagnato e integrato da opportunità di parola e partecipazione a livello micro, di comune, quartiere, nelle associazioni, nei partiti. E non solo per proporre leggi, ma anche per decidere l’organizzazione e l’attribuzione degli spazi, la distribuzione di biblioteche e campi gioco, l’uso degli spazi scolastici al di fuori degli orari di lezione, la disponibilità di trasporto pubblico e così via.