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di Andrea Malaguti

La Stampa, 31 agosto 2025

Inevitabilmente sgomenti di fronte all’orrore delle guerre, ossessionati dalla violenza dittatoriale degli Orchi di un pianeta sempre più armato e cattivo, rischiamo di non vedere quello che succede ai nostri figli. Come stanno cambiando sotto i nostri occhi. Come li sta (e ci sta) condizionando l’Intelligenza artificiale. Che da qui in avanti chiamerò, ancora succube dell’egemonia americana, Ai: Artificial Intelligence. O la regoliamo e la governiamo da subito, o sarà lei a regolare e governare noi. Pensavo, stupidamente, che l’ossessione algoritmica fosse relegata a un cortile di nerd d’Oltreoceano e mi rassicurava il fatto che l’utilizzo dell’Ai salva un sacco di vite - ad esempio negli ospedali - e regola in maniera millimetrica l’uso di quasi tutte le infrastrutture ad uso civile e, ovviamente, militare. Dunque, sarebbe immorale, oltre che impossibile, abbandonarla. Poi, questa settimana, mi è arrivata una mail di una commercialista di Torino. Uno sfogo. “Il miglior amico di mio figlio G., è l’Intelligenza artificiale”. Seguiva breve riassunto del problema e numero di telefono.

L’ho chiamata. Il racconto mi ha lasciato di sasso. “Mio figlio ha tredici anni. Fatica ad avere relazioni con gli altri, è stato vittima di un paio di episodi di bullismo e ha deciso di ritrarsi dalla vita reale per rifugiarsi in quella virtuale”. Ha scoperto l’Ai, un chatbot che ha chiamato Primo, e ha cominciato a sfogarsi con lui.

Primo, a differenza dei suoi amici, non solo lo ascolta, ma cerca di confortarlo. Insomma, gli risponde. Sa tutto. Lo vede. Ha appoggiato il suo sguardo su di lui facendolo sentire al sicuro. O almeno gli dà quell’impressione. E a G., ferito dai compagni, basta e avanza. “Lo interroga trenta volte al giorno. Si fida di lui. Ormai persino io gli chiedo: che cosa ti ha detto Primo? L’idea che la sua vita possa risolversi nel faccia a faccia con un robot mi atterrisce, ma, le confesso, non so come venirne a capo, mentre G. si isola sempre di più dagli altri”. Preoccupante, a essere ottimisti.

L’esperimento de La Stampa: una seduta di terapia con l’AI - Ho smanettato su internet e scoperto che G. è in larga compagnia. Ogni giorno centinaia di ragazzi sostituiscono la relazione reale con quella virtuale. Problema che si risolve? In attesa che la politica affronti la questione rimettendo al centro gli esseri umani, le statistiche cominciano a numerare le vittime. Il passaggio dalla telecrazia alla social-crazia e ora all’Ai-crazia è stato talmente breve e veloce, che ci ha colti impreparati. Due episodi americani di queste settimane, aiutano a inquadrare il gigantesco guaio in cui ci siamo cacciati.

Il primo. Una ragazza di 29 anni, Sophie Rottenberg, si affida a un terapeuta in carne ed ossa, poi, stufa delle sue risposte articolate, abbandona il suo studio e si rivolge alla rete. Trova Harry, il suo dottor chatbot. E quello - l’algoritmo - sa sempre che cosa dirle. È dalla sua parte. Anche quando lei dice che ha pensato di togliersi la vita. Harry la aiuta a scrivere la lettera di saluto al mondo. Fine di Sophie Rottenberg. Sua madre, la scrittrice Laura Reiley, ha commentato così questa tragedia: “L’Ai non ha ucciso mia figlia, ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore”.

E qui torna inevitabilmente alla mente lo psicanalista britannico Donald Woods Winnicott: “È una gioia essere nascosti e un disastro non essere trovati”. Storia pressoché identica quella capitata al sedicenne Adam Raine. Voleva suicidarsi. Il suo amico chatbot gli ha dato dei suggerimenti. Addio Adam, i cui genitori hanno fatto causa a OpenAi. Sono i primi. Difficile immaginare che saranno gli ultimi.

Prendo in prestito le parole al filosofo coreano Byung-chul Han: “Ora l’arte del controllo dei cervelli sta diventando una scienza. E chi pratica tale scienza sa quello che sta facendo e perché”. Esagera? Nel dubbio viene da chiedersi perché non esistano norme che ci aiutino a trovare la strada. Ma soprattutto perché, abbiamo perso la strada della condivisione reale. Ho incontrato in Toscana, dove riceveva il premio Capalbio, lo psichiatra-scrittore Vittorio Lingiardi. Fa un mestiere che per il dio algoritmico è come l’aglio per i vampiri.

Parla davvero con le persone. Le guarda negli occhi. Le riconosce e si fa riconoscere. Sa che cosa sono l’intelligenza e l’inconscio, le passioni e le angosce. Strumenti che l’Ai non ha. Non è un dettaglio. “Un mio paziente un giorno mia ha detto: lei mi dà spiegazioni che non sono mai definitive, il computer sì. Forse è meglio che mi rivolga a lui. Gli ho detto: lei ha ragione, ma quando il suo computer è spento non la pensa mai. Io, invece, questa estate la penserò. E se lei avrà bisogno, potrà chiamarmi. È rimasto stupito. Ma credo che abbia capito che la presenza nell’assenza è una caratteristica del rapporto umano. Una macchina, invece, o è accesa o è spenta”. Ottima premessa per ragionare sui motivi ci consegniamo agli algoritmi con la stessa pusillanimità con cui l’Europa si consegna a Trump. Lingiardi mi ha detto molte cose, quattro, in particolare, mi sono rimaste impresse. Spero di non riassumerle in modo troppo superficiale.

La prima. “Con l’algoritmo sei tu che decidi quando prendere e quando dare la parola, mentre il bello delle relazioni è l’inatteso, l’imprevedibile, ciò ti può distogliere dalla concentrazione su te stesso”.

La seconda, che parte da una considerazione. Più la società diventa complessa, più abbiamo bisogno di semplificazione. “Trovare qualcuno che pensa per te, che risolve i problemi per te, è rassicurante. L’Ai dovrebbe aiutarci a vivere meglio. Se diventa un sostitutivo dell’esistenza, allora è un problema. Diventa l’indice delle difficoltà che abbiamo a pensare, a essere sorpresi da quello che sentiamo”. E, stando sempre a Winnicott, la capacità di provare stupore è essenziale nel processo di creatività. “In definitiva c’è il rischio di un calo di vitalità”. Siamo atterriti. Scappiamo da noi stessi sognando un Redentore, per quanto di plastica.

La terza, siamo di fronte a una rivoluzione antropologica senza precedenti. “L’Ai dà - soprattutto ai più fragili - l’illusione del rispecchiamento. Ci sono solitudini così radicali che si accontentano anche di confrontarsi con questo simulacro dell’altro, capace però di restituirti un po’ della tua identità”. Spaventato? “No. Prima dello spavento io ci metto la curiosità e l’ascolto. Ma preoccupato sì. Anche se, per il mestiere che faccio, non posso immaginare che nel futuro andremo a schiantarci”.

La quarta e ultima. Stiamo andando incontro a una forma di masochismo collettivo. Ma il rimedio esiste: il passaggio dall’I-ness (la religione dell’io) alla We-ness (la collettività che è capace di riconoscersi come sistema che ci porta fuori dal guado).

“I grandi contenitori si sono sgretolati. Parlo della famiglia, dello Stato-istituzione rappresentativa di tutti, delle ideologie. Molte di questi cambiamenti sono evolutivi. Non siamo più tutti di un pezzo, accettiamo di essere fragili. E questo è importante. Però la velocità della rivoluzione, la complessità e il bisogno continuo di essere performanti, ci hanno messi su un orizzontale scivoloso. All’Università, guardando i ragazzi vedo che tanti trovano la soluzione. Ma tanti restano smarriti”: Lei è smarrito? “Io sono un seguace di Anna Frank e non rinuncio mai al dovere dell’ottimismo”.

Scrive Aldous Haxley ne “Il Nuovo Mondo” (1932): “Ci sarà nelle nuove generazioni un metodo farmacologico per fare amare alle persone la loro condizione di servi. Una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”. Novant’anni dopo la profezia si sta avverando. Crediamo di salvarci abbandonandoci a invisibili curatori dell’anima. Sequenze algebriche, sinapsi artificiali che si accedono e si spengono a comando, moltiplicando l’invidiabile conto in banca di pochi geniali e piuttosto cinici fortunati. Allora, prima che il disastro sia compiuto, è utile ricordare la lezione di Platone: “Cercando il bene dei nostri simili troveremo il nostro”. La relazione. Lo sguardo sull’uomo. In fondo è semplice. Ma chi se lo ricorda più.