di Giulia Ribaudo
Il Foglio, 27 settembre 2025
Nel tempo trascorso in carcere, si dissolve la distinzione tra chi dà e chi riceve, e quasi anche
quella tra chi viene premiata e chi punita. C’è la cura del danno, c’è una sorellanza disordinata e
imperfetta che crea relazioni difficili da trovare altrove, perché sono spogliate dalle convenzioni
della vita libera. L’incontro di fragilità diverse e lei che dice: “Di’ la verità, noi siamo il tuo alibi”.
La Casa di reclusione femminile di Venezia si trova sull’isola della Giudecca, in Fondamenta delle Convertite. Per raggiungerla prendo il vaporetto della linea 2, scendo a Palanca e percorro la fondamenta costeggiando il canale, al campo San Cosmo attraverso un ponte, cammino e mi ritrovo davanti a un portone che quasi si confonde con gli edifici vicini, riconoscibile soltanto dal tricolore, dallo stemma e dalle telecamere che ne sorvegliano l’ingresso. Dal 2016, ogni venerdì o sabato pomeriggio, varco quella soglia per organizzare con le donne gli incontri di Ias - Interrogatorio alla scrittura, un progetto dell’associazione Closer di cui sono volontaria.
Capita che arrivi ancora al telefono, ma proprio davanti a quel portone verde avverto sempre l’urgenza di interrompere velocemente la conversazione: so che all’interno il tempo è fatto di attese e non voglio aggiungerne di mie, come se il mio valesse più del loro. Le telecamere mi ricordano che da lì in poi sono osservata e mi sembra quasi che possano restituire un’immagine deformata di me - quella di una volontaria distratta, che prima di entrare si trattiene nei propri affari, come se le detenute non fossero la sua priorità. È allora che chiudo la chiamata e mi rivolgo agli agenti in portineria.
Ogni ingresso si apre con sempre lo stesso identico rito: consegno portafoglio, chiavi e telefono, e poi, come per fugare il sospetto di aver dimenticato qualcosa addosso, mi tocco le tasche una a una. Posso portare dentro soltanto i libri che tengo stretti sotto il braccio. Attraverso il blindo, lascio alle spalle la frenesia del mondo esterno ed entro in uno spazio che sospende i codici consueti. È lì, leggendo e dialogando con le donne ristrette, che mi confronto con una verità che non riguarda soltanto chi è detenuta ma investe chiunque viva fuori, perché il confine che separa il dentro dal fuori non taglia soltanto le mura dell’istituto: attraversa la società intera e, in qualche misura, ciascuna di noi.
Il carcere è un punto di massima esposizione del sistema sociale; una soglia che rende visibili i meccanismi di esclusione, le paure collettive, i criteri impliciti con cui si decide chi ha diritto a essere ascoltato e chi può essere rimosso dal campo del visibile. È uno spazio che concentra e rivela ciò che nel mondo esterno si distribuisce in modo più sottile e meno dichiarato: le disuguaglianze strutturali, le gerarchie normative, le forme del controllo e della punizione. Per me il carcere diventa una lente capace di mettere a fuoco tensioni sociali invisibili, trasformando ciò che appare sfilacciato in un nodo centrale di conflitti, esclusioni e possibilità. In questo spazio i codici abituali si sospendono, le relazioni si trasformano: si costruiscono su presupposti più instabili, certo, ma non per questo meno autentici.
Mi appare evidente che lì dentro non esistano indifferenza o neutralità; il coinvolgimento è inevitabile e la vulnerabilità si manifesta in modo palpabile - non solo quella di chi sta dentro, ma anche la mia, soprattutto. Di questo le donne detenute si accorgono. È in questa condizione di esposizione reciproca che prende forma una sorellanza disordinata e imperfetta, capace di scardinare ruoli predefiniti e di aprire nuove possibilità relazionali. Una sorellanza che nasce dalla condivisione di un tempo e di uno spazio che obbligano a guardarsi davvero, senza filtri o mediazioni, e che si fonda su una sincerità che mi sembra spesso negata nelle relazioni esterne. Nel tempo condiviso dentro il carcere, le linee tra chi è lì per educare e chi è lì per essere educata, tra chi offre e chi riceve, diventano fluide.
Entro e non sono solo portavoce e mediatrice del mondo esterno, perché il mio ingresso mi trasforma; vengo destabilizzata dal confronto con esperienze che mettono in discussione i miei privilegi, le mie solide certezze morali, i miei riconoscibili limiti emotivi. Questo scambio, pur non essendo simmetrico, apre uno spazio generativo, fondato su un ascolto radicale, sull’esposizione reciproca e sul riconoscimento di desideri e fratture comuni. La relazione si nutre della possibilità di lasciarsi attraversare, senza voler imporre soluzioni o gerarchie. Sono convinta che nel carcere femminile questa complessità si faccia ancora più evidente rispetto agli altri istituti, intende quelli maschili. Le donne detenute portano con sé storie intrecciate a trasgressione, cura, maternità, dipendenza, amore e sopravvivenza.
Le loro biografie sfidano le griglie semplicistiche con cui la società definisce il femminile accettabile, rivelando contraddizioni che attraversano ogni donna: la fatica di conformarsi a modelli, la resistenza alle aspettative normative, la possibilità di scegliere o sottrarsi. In questo intreccio si apre la relazione tra donne come un laboratorio etico e, di conseguenza, politico, capace di mettere in discussione i fondamenti della giustizia, del castigo e del merito. In carcere mi sembra proprio evidente che la legge perda la sua certezza assoluta: la distinzione tra colpevole e innocente, tra meritevole e punita, si dissolve, lasciando spazio a domande più profonde sulla convivenza nella fragilità, sulla cura del danno senza riprodurlo, sulla costruzione di relazioni in grado di sostenere la complessità del reale.
Dopo aver visto Fuori, il film con Valeria Golino, mi sono ritrovata a riprendere in mano i libri di Goliarda Sapienza e ad ascoltare alcune sue interviste, come se cercassi una eco a un sentimento difficile da nominare. Il modo in cui Goliarda Sapienza racconta il carcere è distante dalle narrazioni comuni perché non si limita a denunciarne la durezza o l’ingiustizia, ma ne restituisce anche la capacità, paradossale e ambivalente, di generare intensità relazionali e forme di verità difficili da trovare altrove.
È uno sguardo che non vuole assolutamente legittimare la prigione (come Enzo Biagi prova a ribattere a Goliarda Sapienza), ma è uno sguardo che si sofferma sul desiderio di contatto che quel luogo, nella sua brutalità e violenza, può innescare. Che sia chiaro, personalmente, non riconosco al carcere alcuna utilità, né come strumento di giustizia né come istituzione riformabile: credo vada superato nella sua interezza, smantellato come struttura sociale e politica che riproduce disuguaglianze, umiliazione e controllo. Potrei continuare a lungo sostenendo questa posizione, ma - proseguendo il mio ragionamento - il punto è se penso a quel luogo, il carcere, come al contenitore di vite che la società ha reso invisibili, come lo spazio in cui si concentrano storie interrotte, corpi fragili e saperi marginalizzati o peggio mai scoperti, allora comprendo l’attrazione che esercita su di me: non verso l’istituzione in sé, ma verso le persone che vi sono rinchiuse, verso il desiderio profondo di entrare in relazione con chi è stato spinto ai margini, anzi, completamente escluso.
A differenza di Goliarda Sapienza - per fortuna - non ho bisogno di farmi arrestare per poter ascoltare le donne ristrette, per conoscere i loro racconti, per imparare da loro cosa significhi sopravvivere all’abbandono, attraversare la sofferenza e ridere nonostante tutto; ma come lei, sento che ogni volta che varco il blindo e, in fondo al corridoio, una donna con la sigaretta tra le dita mi saluta con familiarità, si accende qualcosa di irriducibile e profondamente umano, una forma di autenticità che il mondo di fuori, ingabbiato da ruoli e deadline, prestazioni e maschere, raramente consente di incontrare. Anche mentre scrivo queste righe, sento il desiderio che G. - una delle ragazze incontrate in carcere - sia accanto a me: vorrei farle ascoltare le interviste di Goliarda che sto guardando su YouTube, chiederle cosa ne pensa, provare a scrivere insieme chi siamo e cosa ci tiene unite.
È un desiderio che per molto tempo ho tenuto nascosto, come se parlarne apertamente comportasse il rischio di essere fraintesa. Quando racconto del mio impegno in carcere tendo spesso a presentarlo come una forma di attivismo civile, come un gesto politico, e certamente lo è - perché entrare in quell’istituzione, giorno dopo giorno, significa confrontarsi con la sua violenza sistemica, con le sue contraddizioni più evidenti, e maturare un’urgenza di trasformazione.
Ma accanto a questa spinta politica ne esiste un’altra, più intima e meno dicibile, che ha a che fare con una forma di attrazione verso uno spazio dove le relazioni, spogliate dalle convenzioni e ritmi sociali che regolano la vita “libera”, possono assumere una qualità più ruvida e sincera, e che per me, in modo del tutto inatteso, si è trasformato in una fonte di libertà. Goliarda Sapienza in un’intervista parla di fantasia come se proprio la restrizione, l’assenza di distrazioni, la brutalità del quotidiano, la noia rendessero possibile una forma diversa di immaginazione, capace di generare sogni, desideri, racconti.
È paradossale, ma nel tempo sospeso e vuoto della detenzione si aprono spazi di possibilità che, nel mondo di fuori, sono soffocati dalla frenesia. Anche per me, il carcere è diventato un luogo in cui riesco a concedermi un tempo che altrove non so più ritagliarmi: un tempo in cui ascoltare senza interruzioni, restare, stare. In questo, mi sono sentita complice di Goliarda Sapienza riconoscendo in lei - e in me - il rischio che questa dimensione diventi una forma di dipendenza perché dentro si stabiliscono legami che altrove sembrano impossibili, relazioni non filtrate da performance, competizione, giudizi. Proprio per questo, ho paura di perderle. Una volta, durante un laboratorio in un sabato di marzo del 2023, ho confessato a una donna la mia preoccupazione per mia mamma che era malata e in attesa di un trapianto imminente.
Le ho detto che forse sarei andata in carcere meno e, mentre parlavo, mi rendevo conto di quante giustificazioni mi stavo dando. Lei mi ha guardata e, senza esitazione, ha detto: “Allora perché sei venuta? Forse non avevi voglia di stare con lei, non riesci a vederla soffrire. Di’ la verità, noi siamo il tuo alibi”. Aveva ragione. Era una verità aspra, senza protezione, che solo chi non ha niente da perdere riesce a pronunciare così, con quella lucidità spietata.
È stato in quel momento che ho capito che questo genere di relazione non può essere pensata come un “aiuto” che si dà, ma come uno spazio ineguale che mi mette in crisi, mi espone, mi costringe a guardarmi. Un legame che destabilizza e disordina, invece di consolarmi (ahimè!). Sono sentimenti che faccio molta fatica ad accogliere dichiarandomi attivista per i diritti delle persone ristrette e abolizionista, convinta dell’inutilità educativa dell’istituzione carceraria; mi sembra contraddittorio, profondamente illogico, trovare una forma di senso in ciò che considero insensato come la violenza che la restrizione e la detenzione comportano.
Ma mi hanno “rassicurata” le teorie di Kelly Hannah-Moffat (2001), la quale, analizzando le prigioni femminili canadesi, dichiara che il vero obiettivo del carcere è la normalizzazione delle donne detenute secondo criteri patriarcali e neoliberali. La retorica del “recupero” maschera l’estensione dei dispositivi di controllo e trasforma la vulnerabilità in colpa, da correggere. I programmi di rieducazione si fondano su un modello normativo di femminilità basato sul dover essere responsabile, silenziosa, devota, capace di prendersi cura degli altri.
Chi non vi si conforma viene ulteriormente marginalizzata, messa in discussione, trattata come irriformabile. Eppure, anche dentro queste cornici disciplinari, nascono forme di resistenza impreviste. Hannah-Moffat le chiama “comunità inattese”: legami emotivi, linguistici e affettivi che sfuggono al controllo penitenziario e che le donne costruiscono per sopravvivere, ma anche per prendersi cura l’una dell’altra. Sono spazi di solidarietà che nessun programma ufficiale riesce a prevedere né controllare, ma che potremmo considerare, forse, l’unica forma possibile di giustizia all’interno del carcere.
Ed è allora che mi sento più serena: quelle relazioni che mi appaiono come sincere e autentiche fanno probabilmente parte proprio di ciò che si genera come inatteso. Sono relazioni che io sento il bisogno di intrecciare per sentirmi parte, per abitare un mondo che ha la consistenza del reale. Per me, dalla prima volta che sono entrata, il carcere si è trasformato da un luogo che credevo di mera osservazione a un luogo di immersione, di esposizione, di “rischio”, ma anche di imbarazzo perché sono consapevole della mia fortuna e so che non basta entrare per cancellarla. Ho la percezione che questi legami siano esclusivi e ogni volta ci casco. Capita che le donne detenute mi dicano - per ferirmi, d’altronde sono loro le cattive - che solo in carcere ho il coraggio di parlare con loro, che fuori le temerei. Mi dicono: “Tanto lo sappiamo che ci mollerai una volta che siamo fuori”.
Ma accade il contrario; quasi sempre sono loro a non cercarmi più, a non chiamarmi, anche se dentro si erano annotate il mio numero su un quaderno. Scelgono di non coinvolgermi nelle loro vite libere, forse per vergogna, per non mostrarsi nel loro contesto, o per proteggersi dalla mia aura borghese e privilegiata. Sono io quella che resta legata, la vera egoista. Io che non so lasciar andare, io che continuo a desiderare quel legame che loro - giustamente? - rompono. Io che, a differenza loro, non ho interiorizzato il mantra carcerario: “Si entra da soli e si esce da soli”, le parole che un giorno mi ha pronunciato S., con la bocca impastata dal metadone e gli occhi socchiusi dallo stordimento.
Fatico ad accettare che quel patto implicito nato tra le mura non possa sopravvivere fuori. Quella separazione però è inevitabile, e purtroppo ci ho fatto l’abitudine. Infine, c’è un tempo che non appartiene né al dentro né al fuori: è quello in cui le donne ristrette sono in permesso all’esterno per motivi famigliari, lavorativi o di volontariato. Un tempo che serve a mantenere saldi i legami, ma che rende evidente quanto il contesto in cui si sono creati fosse chiuso, serrato. L. aveva ottenuto un permesso, e le avevo promesso che l’avrei aspettata fuori per offrirle un caffè e farle vedere come prendere il vaporetto nella direzione corretta. È uscita mentre io stavo ascoltando un audio su Telegram, e si è messa a ridere perché non sapeva che si potesse ascoltare la voce velocizzata - quando è stata arrestata, quell’opzione non esisteva ancora.
Ed ecco un’altra rivelazione, in quel momento mi sono accorta del vero fattore che separa me da lei. Lei è stata bloccata - metaforicamente e de facto - ristretta entro quattro mura. Tendenzialmente pensiamo che la punizione massima, e la misura più efficace per contenere la minaccia alla società rappresentata da chi ha trasgredito, sia quella di immobilizzare un corpo nello spazio, ma l’effetto collaterale più dannoso è che la si blocca anche nel tempo. Un tempo accelerato dalla tecnologia, che intanto fuori continua a cambiare, aggiornarsi, rilasciare nuove versioni di Telegram con la funzione x2.
A lei era successo proprio questo; il tempo, là dentro, si era fermato. Sono anni che la conosco, anni che ogni venerdì o sabato pomeriggio ci ritroviamo a parlare: pensavo che mi conoscesse. Ma lì, fuori, dovevo accettare che io ero diventata come tutto il resto: da riscoprire, da riraccontare, da risincronizzare in una dimensione sociale da cui è stata esclusa. Capisco che ciò che mi manca davvero è la possibilità di ricominciare ogni volta da zero, senza appoggiarmi a ruoli o aspettative precostituite, ma incontrando l’altra persona nella mia - nella nostra - interezza, con la libertà di essere quella che sono, o che voglio essere, senza filtri.
È forse questa la forma più rara e preziosa di relazione che abbia mai sperimentato, e che il carcere, per assurdo, riesce a restituirmi. Sottolineo: sono emozioni che mi vergogno a esprimere, e chiedo perdono a chi la detenzione la subisce. Ma quando apro l’armadietto, prendo la mia borsa, tolgo la modalità aereo dal cellulare, vivo una grande forma di solitudine.
Esco e cammino lungo la Fondamenta, aprendo le mail, rispondendo a chi - addirittura per un’ora e mezza! - ha aspettato un mio Teams. Non guardo neanche se è cambiato il tempo, ma accelero verso il ponte per non perdere il vaporetto. Fuori ci si sfalda. Si torna a funzionare nei tempi stabiliti. Come prima, prima di entrare.
*Giulia Ribaudo (Venezia, 1990), per lavoro è HR Business Partner di Arsenalia. Per “vocazione” nel 2016 ha fondato Closer, un’associazione culturale che promuove attività all’interno del carcere femminile della Giudecca. Dal 2020 cura, insieme a Severino Antonelli, PIOMBI, la newsletter di Closer per parlare di carcere, libertà, giustizia e ingiustizie.











