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di Pierangelo Sapegno

La Stampa, 10 gennaio 2024

Erba: la Corte d’appello riapre un caso si era chiuso con l’ergastolo. La pista della faida fra bande rivali e la prima testimonianza che indicava un altro killer. Olindo e Rosa sono innocenti? Ora che la Corte d’Appello di Brescia ha ammesso il ricorso per la revisione del processo, è una domanda che ci dobbiamo porre. Resta da capire perché. E come sia stato possibile arrivare a questo punto, dopo le tambureggianti inchieste delle Iene contro la loro condanna.

La strage di Erba è di una sera lontana, l’11 dicembre 2006, quando un vigile del fuoco accorse per un incendio e scoprì una mattanza nell’appartamento che bruciava al primo piano della palazzina di via Armando Diaz, al numero 25. Quattro cadaveri: un bambino di due anni con la gola tagliata nel suo lettino, sua mamma avvolta nelle fiamme, la nonna e una vicina di casa. Il marito di quest’ultima era agonizzante sulle scale. Il padre del piccolo, il primo sospettato, Azouk Marzouk, tunisino, da poco uscito dal carcere, era fuori d’Italia. Le indagini puntarono allora su una strana coppia, che abitava a pianterreno, due persone che avevano avuto pesanti liti con Raffaella Castagna, la madre del piccolo, e che erano già stati denunciati per averla aggredita. Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto, riconobbe Olindo senza incertezze: “Ho davanti a me i suoi occhi da assassino”. Nella loro auto, sul battitacco del guidatore, trovarono tracce di sangue della vicina di casa uccisa in quella strage.

E il 10 gennaio 2007 i due confessarono, rivelando particolari che solo chi aveva commesso il crimine poteva conoscere. In carcere, sulla sua Bibbia, Olindo scrisse: “Dio perdona quelli come noi... Accogli nel tuo Regno Youssef, sua mamma Raffaella, sua nonna Paola e Valeria, a cui noi abbiamo tolto il dono della vita”. E allora com’è possibile che si sia arrivati ad accettare la richiesta di revisione? La prima udienza è stata fissata il primo marzo. I giudici, sentite le parti, dovranno valutare se rifare il processo. Per raccontare bene questa storia, bisogna ripartire dall’inizio.

Le vittime, innanzitutto. Raffaella Castagna, 30 anni, è stara massacrata a colpi di spranga, accoltellata 12 volte e alla fine sgozzata, prima che le fiamme cominciassero a bruciarla. È evidentemente lei il bersaglio principale. Ed è la prima a morire. Poi viene uccisa Paola Galli, 80 anni, e alla fine il piccolo Youssef, che muore dissanguato. In un impeto plantoplastico, gli assassini cercano pure di dar fuoco all’appartamento. È per questo che, attirati dalle fiamme, accorrono i vicini di casa. Valeria Cherubini cade sotto i fendenti del coltello accanto alla porta. Suo marito, Mario Frigerio, colpito alla gola mentre è sulle scale, è creduto morto dagli assassini. Scartata subito la pista Marzouk, la prima cosa che incuriosisce gli inquirenti di Olindo e Rosa è che tutt’e due presentano delle leggere ferite alle mani, e lui anche sull’avambraccio. Senza che venga loro richiesto mostrano ai carabinieri un ipotetico alibi: uno scontrino McDonald’s, che però non coincide perfettamente con l’ora della strage. In ogni caso, all’inizio, la pista preferita è quella di uno scontro fra bande di spacciatori, di una vendetta contro Marzouk, anche perché, appena uscito dal coma, Frigerio descrive un assassino che non ha niente a che vedere con Olindo, un uomo di pelle scura od olivastra, che “non era qui del posto...”, sussurra in un alito di voce. Un magrebino.

E questa è la prima grande carta in mano alla difesa per la revisione. Solo in un secondo momento accusa Olindo. E quando, dopo aver trovato le tracce di sangue di una vittima nella sua auto, glielo fanno vedere e lui lo riconosce come l’uomo che l’ha ferito, i legali della coppia sostengono che non sia più un testimone attendibile. Bisognerebbe ascoltare invece, come appare anche in una relazione del sostituto Cuno Tarfusser che ha fatti proprie le consulenze degli avvocati, un altro testimone, Abdi Kais, mai sentito all’epoca dagli inquirenti, residente nella stessa palazzina dove è avvenuta la strage, che parla di una faida fra Marzouk e un clan rivale, descrivendo per di più quella casa come il luogo dove venivano depositati gli incassi. Resta il sangue sulla macchina. Ma secondo la difesa, anche le tracce ematiche non contano, perché sarebbero state lasciate per sbaglio da qualche tecnico della scientifica (accusa, questa, che potrebbe anche sembrare un po’ fantasiosa).

Olindo e Rosa in carcere agli inizi sembrano sempre gli stessi di prima, completamente disinteressati al mondo che li circonda, come quando cacciavano i giornalisti dicendo che non gli importava niente di quella strage. Ma poi crollano. Rendono confessioni separate ai magistrati. Con dettagli che poteva conoscere soltanto chi era stato in quella casa la sera della mattanza: la posizione dei cadaveri, l’energia elettrica “interrotta con distacco manuale del contatore”, il fuoco alimentato da una pila di libri, ammucchiati in un punto che solo loro potevano ricordare, i cuscini vicino a Raffaella.

I due dopo ritrattano. La difesa sostiene che ci sono anche una infinità di errori nelle loro ricostruzioni. Durante il processo, Frigerio si interrompe ogni tanto per la commozione: “Ho la certezza assoluta che ad aggredirmi sia stato Olindo. L’ho riconosciuto, ma non capivo perché, non potevo crederci... Eccoli lì, sono loro due, quei due delinquenti lì, li riconosco. Olindo mi guardava fisso, aveva due occhi da assassino, uno sguardo che non dimenticherò mai”. Olindo e Rosa sono impassibili, non sembrano molto interessati alle sue accuse. Seguono le udienze scambiandosi effusioni e carezze, i fotografi li inquadrano mentre si stringono le mani. Lui grande e grosso, lei minuta. Olindo le scrive delle poesie. La chiama “la mia vita”.