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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 26 maggio 2021

 

La denuncia del Garante: "Strutture inadeguate". Le condizioni di vita all'interno dei centri di permanenza e rimpatrio (Cpr), strutture pubbliche gestite da privati, mettono ordinariamente a dura prova la capacità di resistenza psicologica di chi vi viene recluso, condizioni che spezzano una persona la cui vulnerabilità e sofferenza non viene riconosciuta.

Per comprendere meglio, bisogna ricordare l'ultimo rapporto tematico del garante nazionale delle persone private della libertà dedicato alle singole visite in tutti i Cpr presenti sul territorio nazionale: quelli di Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta, Trapani, Gradisca d'Isonzo, Macomer e Milano. ll Garante riporta casi concreti per sottolinearne la totale assenza di attività e far capire la necessità di un intervento normativo complessivo che compiutamente disciplini la vita detentiva. La necessità, ancora, di assicurare in concreto adeguati standard igienico-sanitari e abitativi, l'accesso a cure adeguate e ad una pronta e approfondita verifica di idoneità alla vita in comunità ristretta. Casi concreti, come quello relativo al decesso di due giovani nel 2020: A. E. a Caltanissetta, ed E. V., a Gradisca d'Isonzo.

In entrambi i casi i giovani erano stati colti da malori e avevano richiesto l'intervento di un sanitario. Le cure prestate all'interno dei centri non sono state sufficienti ed entrambi sono morti. Il Garante osserva che, al di là degli esiti dei procedimenti penali relativi ai singoli casi, ciò che manca è un raccordo con il Sistema Sanitario nazionale e, all'interno degli istituti, l'assenza di locali di osservazione sanitaria adeguati, per evitare di continuare a trattenere nei settori detentivi, privi dell'assidua supervisione e assistenza sanitaria, persone che chiedono o necessitano di un intervento medico immediato.

Il rapporto prosegue poi denunciando il totale isolamento di queste strutture dove alla società civile (Ong e giornalisti) non è consentito l'accesso. E dove ai trattenuti sono sequestrati i cellulari impedendo di fatto - ancor di più drammaticamente durante la pandemia - di poter conferire con i propri difensori e familiari. Cpr è l'acronimo più recente affibbiato dalla legge ai centri di identificazione ed espulsione per migranti irregolari presenti sul territorio italiano, che sono stati istituiti e costantemente implementati da tutti i governi degli ultimi vent'anni.

La creazione di queste strutture risale al 1998, quando - a seguito di alcune direttive europee in vista dell'entrata nell'area Schengen - Livia Turco e Giorgio Napolitano, con il T.U. sull'immigrazione 286/ 1998, stabilirono il trattenimento coatto delle persone straniere da identificare o in attesa di espulsione, per un massimo di 30 giorni: periodo che venne poi raddoppiato con la Legge Bossi-Fini (L. 189/2002), la quale introdusse anche il reato di non ottemperanza all'ordine di espulsione, cui sarebbe seguito il reato di clandestinità (L. 94/2009). Il nome attuale Cpr risale alla Legge Minniti-Orlando (L. 46/2017), che prevedeva la costruzione di un centro in ogni regione.