di Chiara Cacciani
huffingtonpost.it, 28 maggio 2025
Detenuto a Pama, dove lavora, studia per la seconda laurea, sogna di rinascere. Ma siccome in carcere va alla presentazione del libro dell’eurodeputata, Fratelli d’Italia arma la sua indignazione: “Che cosa ci facevano…”. Piccola storia di grande antipolitica. Ci sarebbero stati tutti gli elementi per mostrarla come una storia silenziosa e esemplare in un tempo di dibattiti su carceri, sovraffollamento, pena, recidiva, trasferimenti, buttar via la chiave, farli marcire in cella e via dicendo. Ma non è andata così. È finita con la politica che è arrivata a trasformarla nel suo opposto, senza alcuna cura e con un solo scopo: colpire i “rivali”.
Di certo c’è un uomo in questa storia. Nato e svezzato in terra di ‘ndrangheta, porta un cognome che è un eterno macigno e ha segnato la sua prima vita: Dragone. Sta scontando a Parma la condanna a 26 anni e sei mesi di carcere per associazione di stampo mafioso e estorsione. Al Polo universitario penitenziario si è laureato in Giurisprudenza, oggi è iscritto a un secondo corso e grazie al suo percorso di cambiamento - costantemente monitorato - ha avuto accesso a una misura alternativa: può lavorare all’esterno, in una cooperativa che opera anche in ambito educativo. A contatto con qualcuno di “quelli fuori”, soprattutto con i più giovani, spesso racconta che il carcere gli ha salvato la vita e lo studio lo ha aiutato a affrancarsi dalla mentalità in cui è cresciuto.
C’è anche una donna in questa storia e la sua presenza è, al contrario, difficilmente silenziosa. Anzi: fa spesso rumore. È l’eurodeputata Ilaria Salis, che proprio nel Polo universitario penitenziario ha voluto presentare il suo libro dedicato al sistema carcerario italiano, con foto ricordo finale insieme alle persone presenti ad ascoltarla. Una piccola rappresentanza di chi si può trovare in un Pup: docenti, tirocinanti, studenti detenuti, appunto. Banale, persino. C’è chi è al centro e chi di lato, chi è in prima fila e chi in seconda. Chi sorride in seconda di profilo e neanche guarda l’obiettivo: eccolo, l’uomo di cui parliamo.
E dunque, in questa storia che non ha saputo essere raccontata come esemplare: “Cosa ci fanno Marco Boschini consigliere comunale di Sinistra Coraggiosa a Parma e l’Europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis con Antonio Dragone, condannato per reati di ‘ndrangheta ed esponente della omonima ‘ndrina?”, ha chiesto (ovviamente sommessamente: via social network) Priamo Bocchi, consigliere comunale e regionale di Fratelli d’Italia, con polemica ripresa da alcuni quotidiani e media di destra, successive repliche dei chiamati in causa e controreplica dell’indomito consigliere Bocchi.
Che sia accaduto a Parma è solo un dettaglio. Ciò che conta è che in una sola domanda, e soltanto per attaccare avversari politici, si riesce a ribaltare una storia che mostra tutta la potenza dell’articolo 27 della Costituzione quando viene applicata. E nel farlo si ricondanna una persona al suo cognome, si sminuisce la possibilità per chi è ristretto di costruire una seconda vita e si coinvolge anche chi nelle storie di riscatto dimostra di credere davvero: gli agenti della polizia penitenziaria impegnati a accompagnare la misura alternativa, ad esempio, o una cooperativa o qualsiasi azienda accolga un lavoratore detenuto.
Troppo poche, e lo sappiamo: colpa del pregiudizio che si rinnova, senza considerare quel dato che, quando si vuol davvero parlare di sicurezza, dovrebbe far spalancare gli occhi non solo alle “anime belle”. Ossia che tra chi a fine pena può contare su un contratto di lavoro, la recidiva è al 1-2%. Non solo: già da prima, dal lavoro in detenzione, questa forma di dignità e responsabilità significa pagare le tasse, i contributi, l’alloggio in carcere e poter mantenere la propria famiglia. A Padova, da anni, questo è un circolo virtuoso.
Che l’articolo 27 della Costituzione (rieducare in vista del ritorno nella società) possa valere anche per chi ha compiuto reati di mafia lo pensano associazioni dalla missione inequivocabile come Libera, ne sono convinte persone come Fiammetta Borsellino (un’altra storia in un cognome): quando in diverse occasioni ha incontrato in carcere i detenuti per mafia ha parlato della possibilità di riparare al loro passato e di essere uomini diversi. Viene alla mente lo strazio della vedova di Vito Schifani, Rosaria, quando al funerale per le vittime della strage di Capaci dall’altare implorò gli assassini di cambiare. “Loro non cambiano”, cedette più volte allo sconforto e di fronte a quella che sembrava una inscalfibile mentalità. Ma poi tornò a ripeterlo, su quell’altare, e a volerci credere.
“Ma se l’unica possibilità che abbiamo è morire in carcere, perché dovremmo cambiare?”, si è chiesto qualche tempo fa ad alta voce C., coinvolto in un delitto di mafia quando ancora era minorenne, oggi ergastolano ultracinquantenne con laurea in Giurisprudenza e specializzazione in Diritto costituzionale. Se lo è chiesto lui che è già cambiato e che lo ha fatto solo grazie all’incontro con chi gli ha dato la fiducia e la speranza: quella di essere nel presente e nel futuro un uomo nuovo, indipendentemente dal (privatissimo) perdono e senza alcuna autoassoluzione rispetto al passato.
Vale la pena di riflettere sulla filosofia che guida don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria e fondatore della comunità per minori Kayros: “Su cento tentativi di rieducazione, non so se ce ne possa essere uno che riesce. Ma nessuno mi autorizza a rinunciare a provarci”. Ma don Burgio appartiene a quella esigua schiera di uomini e donne di buona volontà che - sulle carceri e non solo - fanno quello che dovrebbero fare i politici, che invece non intervengono e, quando intervengono, purtroppo lo fanno spesso come nel post di Bocchi.











