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di Antonio Audino

Domenica - Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2025

Un progetto, un laboratorio, uno spettacolo, e in tutte queste cose un’attenzione verso un mondo nascosto di sofferenza, verso persone e luoghi estremamente distanti dalla nostra vita ordinaria, con al centro dolorose realtà che per noi, gente comune, sono inimmaginabili. Quante linee si intrecciano mirabilmente in “Vorrei una voce”, di Tindaro Granata. Per questo il lavoro si guadagna meritatamente il premio Hystrio Twister 2025, legato all’omonima rivista dedicata alle arti della scena, che gli verrà consegnato il 21 settembre prossimo al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Attore, drammaturgo, regista dalle tante esperienze Granata ha deciso di dar vita qualche anno fa a un’iniziativa realizzata insieme alle detenute di massima sicurezza della casa circondariale di Messina, trovandosi così, tra le mura del penitenziario siciliano, a lavorare con donne, le vite delle quali sono segnate da trascorsi di violenza, vissute nei territori dell’illegalità, governate dalle rigide regole della criminalità organizzata.

Da quel progetto nascerà una rappresentazione realizzata nel carcere, ma Tindaro ha voglia di raccontare a un pubblico più vasto quanto è accaduto dietro le sbarre, e decide di farlo da solo. Ci svela quindi il gioco nel quale ha cercato di coinvolgere le detenute, chiedendo loro di interpretare, soltanto in playback, alcune canzoni di Mina, idea apparentemente semplice, ma in quel contesto, totalmente deflagrante.

Ed è lui stesso a riportarci le voci di quelle donne, interpretandone i toni dialettali, certe durezze espressive, le risate acute o soffocate, per dirci soprattutto del loro rifiuto a farsi trasportare da qualcosa che ha i contorni della pura bellezza, della loro incapacità di lasciarsi andare, anche semplicemente mimandola, a un’espressione estranea al loro cupo orizzonte quotidiano, fosse pure soltanto una canzone.

Eppure, qualche segno comincia a incrinare quel muro di diffidenza, e pian piano emergono le tracce di sentimenti profondi, affiorano dolori e passioni, con l’espediente di alzare la musica durante le prove per dar modo alle partecipanti di rivelare qualcosa di più, senza farsi comprendere dalle guardie carcerarie.

Con straordinaria acutezza e intensità, l’autore e interprete rende a pieno quei profili con curiosità sincera, con tenerezza e ironia, facendo emergere in maniera sempre più nitida un interrogativo sulla femminilità, e tirando fuori, quindi, i suoi ricordi di vita, mentre indossa scintillanti vestiti di lamé, mettendoci a parte delle sue scoperte erotiche e sentimentali, rivelate in quella situazione per creare un comune terreno esistenziale. Tra le asprezze dell’esperienza umana e la voglia di sognare, anche soltanto per qualche istante.