di Sergio Labate*
Il Domani, 26 maggio 2026
Il ministro israeliano non è diverso da Trump, da Netanyahu, da tutti coloro che hanno trasformato la democrazia nel suo rovescio: l’autoritarismo. Che a questo punto non sembra essere ciò che mette in discussione la credibilità delle democrazie da fuori, ma ciò che rischia di dissolverle da dentro. Il problema di Ben-Gvir è molto più profondo di Ben-Gvir. Non solo per una considerazione scontata, quella per cui la sua responsabilità è semplicemente estetica: egli ha trasformato in spettacolo ciò che è ormai per lo Stato d’Israele prassi giuridica e comportamento consolidato di fronte a tutti coloro che semplicemente criticano le politiche del suo attuale governo.
È proprio per questo che, quando Netanyahu prende le distanze o i ministri italiani lo condannano per colpe che non sono certo sue ma dell’intero governo di cui fa parte, tutti loro non fanno in realtà che portarne a compimento la strategia comunicativa. Il successo di Ben-Gvir è dimostrato proprio dalla scandalizzata ipocrisia delle reazioni di coloro che sono responsabili o complici delle torture sistematiche e legalizzate. Era questo il suo obiettivo: costringerci a spostare il focus dell’indignazione dalle politiche genocidarie di un intero governo alla spettacolarizzazione di un singolo rappresentante, a concentrare la nostra indignazione sul dito per continuare a non guardare la luna. Un obiettivo perfettamente riuscito, ad occhio. Flotilla, tutto il mondo contro Ben-Gvir.
Quella del ministro israeliano è stata una messa in scena, cioè una finzione. Ma non nel senso che ciò che è accaduto sia falso, piuttosto il contrario. Quando pensiamo ai rischi della finzione, immediatamente immaginiamo qualcosa di simile al film The Truman Show. La messa in scena come falsificazione della vita, dove niente di ciò che accade è reale, pur sembrando tale. Così, quasi con un effetto condizionato, la spettacolarizzazione di Ben-Gvir è servita a ridurre la consapevolezza vivida della realtà. Occupandoci di Ben-Gvir, ripuliamo la nostra cattiva coscienza: ci indigniamo per lo spettacolo e così facendo “derealizziamo” ciò che accade, non ci crediamo più davvero o, per l’appunto, lo limitiamo alla responsabilità di un singolo, un disturbatore, un estremista.
Un meccanismo ormai ripetuto e consolidato: non è ciò che accade anche sui social, dove possiamo fingere di essere ciò che non siamo? O nelle versioni ormai stantie dei reality show televisivi? Oppure con i video prodotti dall’Ia che ci vengono ormai proposti dovunque? Sono tutte messe in scene in cui l’effetto di realtà è raggiunto attraverso la bugia, la finzione, la recita, la perdita della realtà. Eppure a me pare che la spettacolarizzazione di Ben-Gvir rappresenti un salto di qualità rispetto a questa strategia. Egli ha infatti trasformato in spettacolo ciò che è tremendamente reale: l’uso legittimato della tortura, il potere della violenza sui corpi inermi, l’umiliazione e la vergogna come armi politiche. Egli esibisce la realtà nella sua evidenza, non la nasconde, non la camuffa, non la derealizza. Ma mettendola in scena così apertamente, al contempo la dissimula, la trasforma in uno spettacolo di fronte al quale ci commuoviamo come possiamo commuoverci dinanzi a una fiction televisiva o a uno spot pubblicitario strappalacrime. Ecco perché la sua responsabilità estetica contiene in sé un pericolo molto più grave, che ha a che fare con la crisi costitutiva delle democrazie.
Potrei sintetizzare la questione in questo modo: come è stato possibile che la democrazia sia potuta diventare quel regime di governo in cui il sadismo ha sostituito esplicitamente il diritto e in cui non c’è più nessun limite ad arginare l’esercizio del potere da parte di coloro che sono stati legittimati a usare quello stesso potere? E come è possibile che non sia più necessario nascondere questa violenza primordiale, ma anzi che essa si possa esibire e ostentare come una forma di crudeltà pubblica? Perché le élites legittimate a governare le nostre democrazie non hanno più bisogno di celare la propria parte maledetta, ma sono ormai fieri di ostentarla? Umiliare gli inermi, il fascismo di Ben-Gvir e la bancarotta morale di Israele Una patologia Il problema di Ben-Gvir non è Ben-Gvir, ma è la crisi della democrazia.
Perché la democrazia - quando non ce ne prendiamo più cura - può trasformarsi in una patologia: quella per cui coloro che esercitano legittimamente il potere non riconoscono alcun limite esterno a quel potere che esercitano. Ben-Gvir non è diverso da Trump, da Netanyahu, da tutti coloro che hanno velocemente trasformato la democrazia nel suo rovescio: l’autoritarismo. Che a questo punto non sembra essere ciò che mettere in discussione la credibilità delle democrazie dal di fuori, ma ciò che rischia di dissolverle dal di dentro, secondo un meccanismo di contagio parassitario o autoimmunitario.
Nel 1943, C.S. Lewis scriveva: “Il potere dell’uomo di fare ciò che vuole di sé stesso significa, l’abbiamo visto, il potere di alcuni uomini di fare ciò che essi vogliono di altri”. Proprio questa è la zona d’ombra della democrazia su cui attecchisce Ben-Gvir: il fatto che essa possa trasformarsi dal di dentro in un progetto pianificato di abolizione dell’umanità.
*Filosofo









