di Luigi Manconi e Federica Delogu
La Repubblica, 4 gennaio 2026
Il carcere, il confine, la polizia. È rileggendo Basaglia che oggi vediamo l’istituzione come “spazio di potere e, al tempo stesso, possibile luogo di resistenza”. Ogni operatore, ogni cittadino, può scegliere se riprodurre quella violenza o contrastarla, se aderire al sistema o rovesciarlo. Valeria Verdolini lo chiarisce subito: “Questo libro è la storia di un’utopia”. Un’utopia che “serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili”. Così già dalle prime righe della premessa “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (Add editore, 2025) definisce il suo obiettivo: immaginare altri mondi e altre possibilità di leggere l’esistente.
Composto di due parti, Affioramenti e Detriti, “Abolire l’impossibile” è un’analisi storica in stretta relazione con il presente, che ricostruisce i passaggi e cerca i punti di svolta che ci hanno condotto alla situazione attuale: dove il sistema istituzionale interviene sempre meno al fine di ridurre le diseguaglianze, mentre espande progressivamente l’esercizio del controllo e gli spazi in cui applicarlo.
E dunque Verdolini ragiona sul concetto di abolizionismo, lo individua nel suo concreto farsi, lo confronta con quello di riformismo. Se quest’ultimo, proponendosi di razionalizzare e migliorare la qualità delle istituzioni, ne discute e contesta il funzionamento, ma ne condivide la legittimità, l’abolizionismo va in una direzione contraria. Ovvero “mina le fondamenta stesse delle istituzioni, non per amore dell’anarchia, ma per spostare la gestione del rischio e della vulnerabilità collettiva (…) dalla solitudine dei singoli esclusi alla dimensione collettiva della comunità”.
Il ragionamento di Verdolini è sostenuto dall’elaborazione di Angela Davis, Mariame Kaba, Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, e altri sociologi e storici, messi in dialogo, che si ritrovano infine nella ricchissima bibliografia che chiude il saggio. D’altra parte l’abolizionismo è una pratica politica, che si esprime come un metodo di azione e come un orizzonte al quale riferire e sul quale misurare tutti i cambiamenti, pure parziali, conquistabili alle condizioni date e negli attuali rapporti di forza.
E anche la trasformazione istituzionale, quando si realizzasse, avverte Verdolini, non è ancora il punto di arrivo. Pertanto, la stessa chiusura dei manicomi ottenuta in Italia nel 1978 è vista come “fase intermedia di un processo che ha come obiettivo la restituzione di dignità e diritti ai soggetti esclusi”. Così come, si legge nella ricostruzione storica del processo che ha portato all’abolizione della schiavitù, quei meccanismi, formalmente superati con le leggi, sono rimasti in una linea di continuità oggi rintracciabile in una “matrice generativa di rapporti di potere ancora attivi”.
L’autrice sostanzia gli “abolizionismi possibili”: il carcere, il confine, la polizia. L’abolizione del carcere viene letta come “esito naturale di un percorso critico che smaschera la prigione per ciò che è”. Una visione che che si propone di smontare l’apparato punitivo per sostituirlo con la presa d’atto della punizione come esercizio della propria sovranità da parte dello Stato e la necessità, invece, di una presa in carico, collettiva, di quello che con la carcerazione viene nascosto.
L’abolizione del confine ne è la conseguenza, perché è la stessa grammatica del controllo che struttura il carcere a manifestarsi nei campi di detenzione per migranti, nei centri di accoglienza trasformati in sistemi di segregazione e nelle frontiere esternalizzate. E ancora l’abolizione della polizia come apertura a spazi di giustizia comunitaria e risoluzione dei conflitti che “non passino per la militarizzazione del quotidiano”. Per “togliere alla violenza istituzionale il monopolio della risposta alla violenza sociale”.
È rileggendo Basaglia oggi che ci propone la lettura dell’istituzione come “spazio di potere e, al tempo stesso, possibile luogo di resistenza”. E di fronte all’istituzione “ogni operatore, ogni cittadino, può scegliere se riprodurre quella violenza o contrastarla, se aderire al sistema o rovesciarlo. Il rovesciamento dunque è il vero atto abolizionista”. Perché, spiega Verdolini, ogni abolizionismo porta all’idea comune della creazione inevitabile di un vuoto dove nulla è possibile. E invece, dice l’autrice, “quello è uno spazio di recupero di tutto ciò che è stato nascosto, sottratto, rimosso”. Ma prevede un cambio di prospettiva doloroso, che però ha in sé il fine di dar vita a un “processo di liberazione”.
Attenzione: non si legga questo saggio come una sorta di libro dei sogni e nemmeno come una elaborazione profetica. L’abolizionismo può essere un programma concreto, fatto di piccoli passi e di parziali mutamenti, ma tutti intimamente correlati all’obiettivo finale, che è il solo - nella sua radicalità - a poter orientare il faticoso processo quotidiano di trasformazione. La legge 180 del 1978 è lì a dimostrarlo.











