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di Donatella Stasio

La Stampa, 25 luglio 2023

Il governo vuole una resa dei conti muscolare sbagliata figlia degli errori di politici, magistrati e media. Il reato è vitale per la democrazia e la riforma Cartabia può bastare per salvarlo: diamole tempo. Ci sarebbe un modo indolore per uscire dal cul de sac in cui siamo finiti con la proposta del governo di passare un colpo di spugna sull’abuso d’ufficio. Una proposta in forte odore di incostituzionalità perché in palese violazione dei trattati internazionali e delle direttive europee, come ha cercato di spiegare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla premier Giorgia Meloni mentre la sua maggioranza parlamentare si schierava apertamente contro l’Europa.

L’uscita indolore passa attraverso l’insegnamento di un grande giurista e padre costituente, Piero Calamandrei, anche se non c’è nulla di più pericoloso (e quindi di immodificabile) delle esibizioni muscolari ideologiche finalizzate a sopraffare il “nemico”, e questa, purtroppo, sembra essere la logica in cui si muove il governo Meloni anche nei rapporti con la giustizia: una logica di resa dei conti e di insofferenza ai controlli, al di là di eventuali interessi di parte. Contro l’abolizione dell’abuso d’ufficio, infatti, si sono espressi, oltre all’Europa, giuristi autorevoli (Tullio Padovani per tutti), autorità indipendenti, magistrati italiani ed europei. Tutte voci inascoltate dal governo, che ha tirato dritto per la sua strada, forte della (comprensibile) richiesta dei sindaci di ridurre la morsa del reato (ma ridurre non vuol dire cancellare) nonché delle statistiche ministeriali, peraltro datate. I dati esibiti raccontano, è vero, di poche condanne a fronte di numerose denunce, ma si riferiscono tutti a prima della riforma che ha già ridimensionato l’abuso d’ufficio nel 2020 e della riforma Cartabia del processo penale entrata in vigore a gennaio 2023. Il buon senso suggerirebbe, quanto meno, di non cancellare il reato al buio ma di vedere prima qual è l’impatto di queste due riforme nei processi e poi, eventualmente, di modificarlo là dove sia ancora possibile.

Piero Calamandrei era un liberale, proprio come dice di essere il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ebbene, Calamandrei sosteneva che il segreto per salvare i regimi democratici è “il costume”. Che impregna di sé anche il diritto e il processo. Ciò che plasma il processo, scriveva Calamandrei, non è tanto la legge processuale, la norma giuridica, quanto “il costume di chi la mette in pratica”.

E allora proviamo a guardare la vicenda dell’abuso d’ufficio con la lente del costume. Proviamo a vedere se non sia (stata) condizionata, almeno finora, da un malcostume, per cui, cambiandolo, potrebbe cambiare anche il quadro generale. Il presupposto della cosiddetta riforma - che riforma non è, trattandosi della cancellazione secca del reato - è che c’è un forte sbilanciamento tra denunce e condanne, il che dimostrerebbe l’inutilità del reato e renderebbe insopportabile sia il prezzo pagato dalla pubblica amministrazione, la paralisi burocratica per la paura della firma (e della denuncia), sia la “gogna mediatica” subita dagli indagati. Quindi, via il reato. Risposta secca, voluta da Nordio nonostante i dubbi della Lega e sebbene i suoi uffici gli abbiano prospettato, in alternativa, una riscrittura dell’abuso d’ufficio.

È costume della politica cavalcare la presentazione di una denuncia per abuso d’ufficio nonché l’iscrizione nel registro degli indagati dell’amministratore pubblico di parte avversa. La strumentalizzazione dell’iscrizione è un malcostume, tanto più in una stagione politica di ritrovato garantismo a destra e a manca (sia pure a corrente alternata e con numerosi distinguo) e a fronte delle poche condanne certificate dalle statistiche. Ma il costume viene in gioco anche per un altro aspetto, che ha a che fare, da un lato, con il dovere della politica e delle istituzioni di rendere conto in modo trasparente del proprio operato, e, dall’altro lato, con la responsabilità delle decisioni sulla persona indagata. La politica dovrebbe recuperare la propria autonomia e responsabilità senza farsi dettare le decisioni dalla magistratura (spesso perché fa più comodo, salvo gridare alla giustizia ad orologeria). La valutazione sulla sospensione o rimozione di un pubblico amministratore indagato è, anzitutto, di opportunità politica, ha a che fare con l’etica pubblica prima che con i processi, e quindi non può dipendere dal fatto, in sé, dell’iscrizione nel registro degli indagati o del rinvio a giudizio. Insomma, è il costume che deve imporre alla politica l’esercizio del dovere di trasparenza e l’assunzione di un’autonoma responsabilità dall’autonomo costume giudiziario e mediatico.

Quanto alla magistratura, c’è da chiedersi quanti uffici di Procura hanno condiviso la prassi, introdotta nel 2017 con le circolari di alcuni noti Procuratori (Pignatone, Melillo, Spataro), secondo cui l’iscrizione non è un automatismo che scatta con la ricezione della denuncia ma un atto ponderato, che richiede “specifici elementi indizianti”. La tempestività dell’iscrizione è un valore e una garanzia per l’indagato ma lo è anche la sua complessiva valutazione per gli effetti pregiudizievoli, professionali e reputazionali, che può determinare nei confronti dell’indagato. In questa direzione si muove anche la riforma Cartabia, là dove prevede che il rinvio a giudizio possa essere chiesto dal pm solo sulla base di una prognosi di successo dell’azione penale, in particolare, sulla base di una “ragionevole previsione di condanna”. Il che comporterà naturalmente ulteriori scremature. In sostanza, sia al momento dell’iscrizione nel registro degli indagati sia in quello della richiesta di rinvio a giudizio, il giudice deve fare il suo mestiere di interprete della norma da applicare al caso concreto, non deve fare, invece, il burocrate che applica la norma in modo automatico. E questo è un costume giudiziario prezioso, da acquisire, ritrovare o da non perdere, sul quale la Scuola della magistratura dovrebbe impegnarsi nella formazione delle toghe.

Non meno prezioso è il costume cui dovrebbe attenersi chi fa informazione. Anzi, in questo caso ancora di più. Noi che siamo chiamati a raccontare i fatti abbiamo, proprio come il giudice, il dovere di interpretarli, ponderarli e contestualizzarli, non di strumentalizzarli, manipolarli e urlarli, ad uso e consumo della politica o del mercato. Ebbene, poiché nel deserto di controlli amministrativi efficaci a tutela della correttezza e dell’imparzialità della pubblica amministrazione (controlli che, paradossalmente, vengono cancellati dal governo perché tanto ci sono quelli penali: sic), al cittadino non resta che rivolgersi al giudice per tutelarsi contro abusi magari non gravi, veri o presunti, ma indicativi del grado di civiltà di un paese (favoritismi personali nei concorsi universitari, nelle concessioni edilizie, persino nell’amministrazione della giustizia...), il compito di noi cronisti, tanto più se esperti, è anche dare il giusto peso alle denunce e ai successivi passaggi giudiziari, sia nel racconto che nella titolazione. Questo è il costume che, come media, ci deve sempre guidare rispetto alla narrazione politica. E l’Ordine dei giornalisti farebbe bene a promuoverlo. Sarebbe un importante contributo alla buona salute della democrazia.

C’è da chiedersi, insomma, quale ruolo abbia giocato, nella vicenda dell’abuso d’ufficio, il (mal)costume, politico, giudiziario, mediatico. Forse una correzione si impone. Sarebbe anzitutto un modo per riappropriarsi, ciascuno, e fino in fondo, della propria autonomia e responsabilità, e servirebbe a scongiurare il rischio di “riforme” dannose come il colpo di spugna che il governo Meloni vuole passare su un reato che invece è e resta vitale per il buon funzionamento della pubblica amministrazione oltre che per il contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata. Vale la pena ricordare ancora Calamandrei: “Per il buon funzionamento del processo, ma anche delle istituzioni pubbliche, conta, assai più della perfezione tecnica delle astratte norme che lo regolano, il costume di coloro che sono chiamati a metterle in pratica”.