di Chiara Buratti
Corriere della Sera, 27 febbraio 2025
Con la compagnia fondata da Claudio Misculin, ora protagonista di un docufilm, l’autrice rappresentò il suo Stravaganza: “Erano tutti ex internati, non “irrecuperabili” e quello psichiatra rivoluzionario lo dimostrava anche così”. Il racconto a più voci di chi c’era “Vivere con Claudio significava vivere con il teatro… Erano una cosa sola e il nostro sogno più grande è stato immaginare qualcosa che non c’era e riuscire a realizzarla”. Così Cinzia Quintiliani, vedova di Claudio Misculin e cofondatrice dell’Accademia della Follia, ricorda la nascita della compagnia teatrale fondata nell’ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste oggi raccontata nel docufilm di Erika Rossi, Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza. I “Matt-attori, matti di mestiere e attori per vocazione” sono i protagonisti della pellicola. “Ho iniziato a lavorare a questa produzione quando Claudio (Misculin; ndr) era già morto”, racconta la regista. “Ho cercato di ricostruire le fasi del progetto dall’inizio fino alla tournée all’estero e alle collaborazioni con i drammaturghi. Il docufilm sarà proiettato mercoledì 26 febbraio a Bergamo, il 28 marzo a Cagliari, il 5 e 6 aprile a Brescia, il 13 giugno a Gorizia”. Un lungo lavoro a ritroso nel tempo, che inizia agli albori della rivoluzione avviata da Franco Basaglia. “Per Claudio, Basaglia era il suo “padre psichico”“, racconta Angela Pianca, psichiatra e cofondatrice dell’Accademia. “Il braccio destro del grande rivoluzionario, Franco Rotelli, diventò il nostro manager e sostenitore. Ci invitava a mettere in scena le prime degli spettacoli nel suo soggiorno, ci portava con lui ai convegni e ci faceva recitare anziché presentare le sue relazioni perché, secondo lui, noi rappresentavamo la rivoluzione basagliana e incarnavamo esattamente quello che stava accadendo”.
L’Accademia della Follia ha preso forma nel 1992, ma il progetto di Misculin ha radici più lontane, che risalgono a circa 10 anni prima. “Studiavo psicologia a Padova ed erano anni di grande fermento, in cui si respirava l’aria frizzantina del cambiamento”, racconta Angela Pianca. “A Trieste arrivavano persone da tutto il mondo e sentivo che dovevo essere lì perché stava accadendo qualcosa di eccezionale e quello sarebbe stato il mio posto… Avevo 23 anni, oggi ne ho 71 e da Trieste non mi sono più mossa”. Nel capoluogo friulano Angela ha incontrato Claudio. “Misculin aveva fatto un anno di carcere perché aveva fondato una comune. Dopo quell’esperienza, aveva incontrato Maurizio Soldà. Da allora, il teatro era diventato la sua vita. Nell’81 abbiamo fondato insieme il Laboratorio di artigianato teatrale ma già pensavamo di formare una compagnia di “matti di mestiere e attori per vocazione” e quasi 10 anni dopo è arrivata l’Accademia della Follia”.
Misculin era un performer nato, sapeva andare oltre il teatro, bucando ogni tipo di barriera e creando un’empatia estremamente profonda con chi gli stava vicino. “Ci diceva sempre: “Non importa chi sei, o chi eri..Tu, qui dentro, sei quello che sei e fai quello che puoi. E lo fai attraverso il teatro”“, ricorda Angela. “Raccontare la violenza dell’istituzione e della normalità sulla follia era diventata la missione di Claudio e l’identità del nostro lavoro”. Una grandissima capacità comunicativa e di fare sinergia era una delle caratteristiche di Misculin che, evidente, emerge dal docu-film. “La prima volta che vidi Claudio fu un colpo di fulmine”, ricorda Cinzia Quintiliani. “Da quel momento non ci siamo più separati, io sono entrata nella compagnia, ci siamo sposati e abbiamo avuto una bambina. Claudio era un diamante con mille sfaccettature e le faceva vedere tutte senza vergognarsene.
Chiaramente, non c’era solo la luce, ma anche l’ombra e il buio. Aveva un’umanità e una capacità di relazionarsi con le persone fragili che era eccezionale e nella sua eccezionalità avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, ma ha sempre e solo voluto lavorare insieme ai matti”. Chi in quel progetto ci credette sin da subito non erano solo i fondatori, ma gli stessi matt-attori, che con Misculin lavorarono tantissimo, anche 12 ore al giorno. “Ci dicevano che sarebbe stato impossibile fare teatro coi matti e, onestamente, le prime cose non erano un granché”, spiega Angela. “Allora Misculin coniò un nuovo slogan: “Tecnica + follia = arte”. Questo imponeva un metodo e una disciplina che si ritagliava in modo diverso addosso agli attori della compagnia. Fu una grande fatica ma volevamo raggiungere l’obiettivo”. E quell’obiettivo è stato raggiunto anche grazie al supporto di medici, attori e intellettuali. Tra questi, Dacia Maraini, che poco tempo prima che entrasse in vigore la legge Basaglia aveva scritto un testo, Stravaganza, poi messo in scena dai matt-attori.
“I protagonisti sono cinque malati di mente rinchiusi in manicomio i quali, grazie alla legge Basaglia, escono fuori. Ma una volta usciti, nessuno li considera perché hanno paura e non sono ben voluti. Dato che non trovano un proprio spazio sociale, decidono di stare insieme e ricostruire una loro comunità basata sul riconoscimento, sull’affettività e sull’amicizia”. Il primo regista a mettere in scena quel testo fu Antonio Calenda. “Poi sono stata contattata dall’Accademia della Follia e devo dire che gli attori, quasi tutti ex internati nei manicomi, hanno fatto un’interpretazione pazzesca”, ricorda oggi la scrittrice. Racconta anche di aver conosciuto direttamente Franco Basaglia: “Era ironico, non si arrabbiava mai, era sempre gentile con tutti. Le sue idee erano contagiose ed era un grandissimo comunicatore. Io penso che né i buoni sentimenti né le idee si possano imporre, ma che le persone si debbano “contagiare”... Questa è la mia teoria e lui aveva la mia stessa idea: era un idealista che amava e difendeva le sue convinzioni a spada tratta…Oggi ce ne sono pochi così”. Maraini ripensa a quel periodo rivoluzionario: “Si pensava di poter cambiare il mondo, e io mi considero ancora legata a quell’epoca. Forse sono un’illusa ma penso anche adesso che le cose possano prendere un’altra direzione. Però, guardandomi intorno, vedo che molti sono delusi e depressi, come se avessero perso ogni speranza nel futuro. Tutto questo è un po’ triste”.
La scrittrice si è sempre occupata di persone emarginate, che vivono fuori dai contesti sociali a cui siamo abituati e per molto tempo ha indagato sui manicomi, in particolare su quello di Imola diretto dal professor Giorgio Antonucci: “Ho visto persone legate ai letti da anni perchè considerate furiose. Quei letti avevano un buco in corrispondenza delle parti genitali per espletare le funzioni fisiche. Allora quegli internati erano considerati “irrecuperabili”. Ma grazie alla legge Basaglia e al lavoro paziente del dottor Antonucci, quelle persone sono state “recuperate”. Ho partecipato alla festa quando sono state liberate. Vederle allegre che ballavano, dopo tutta quella sofferenza, per me è stata una delle più belle esperienze della vita e la prova lampante che quello che sosteneva Basaglia, ovvero che nessuno fosse “irrecuperabile”, era assolutamente vero”.
Quello spirito di denuncia e quella ribellione contro ogni tipo di ingiustizia Dacia Maraini non li ha mai abbandonati. “Ho sempre avuto questa inclinazione, sin da bambina. Forse anche per quello che ho passato da internata in un campo di concentramento in Giappone. “Giustizia”, per me, non significa necessariamente “mettere in galera qualcuno”, ma fare in modo che le persone possano essere trattate umanamente e che ci sia uguaglianza in questo trattamento, affinché nessuno sia escluso”. Proprio per questa inclusione la scrittrice, oggi 88enne, continua a battersi, andando spesso a parlare nelle scuole e a confrontarsi con i più giovani. “I ragazzi di oggi devono credere di più in loro stessi, non lasciarsi trascinare dallo scoramento, perché il futuro non dipende dal cielo o dagli altri, ma da noi. E se si ha fiducia in noi stessi, nelle idee che difendiamo, in qualche modo contribuiamo al cambiamento e ne facciamo parte. Naturalmente, da solo nessuno può fare niente, ma se una generazione ha fiducia nel futuro, allora sì che le cose possono cambiare. Quindi, rimbocchiamoci le maniche e iniziamo, intanto, a protestare contro chi sta cercando di affossare la democrazia”.











