di Mario Di Vito
Il Manifesto, 29 maggio 2025
Il discorso ai giovani magistrati del presidente. Il sottosegretario in un retroscena aveva accusato i giudici di parlare “come dei mafiosi”. “I giudici hanno il dovere di apparire ed essere irreprensibili ed imparziali. Rigore morale e professionalità elevata sono la risposta più efficace ad attacchi strumentali intentati per cercare di indebolire il ruolo e la funzione della giurisdizione e di rendere inopportunamente alta la tensione fra le istituzioni”. L’identikit tracciato da Sergio Mattarella ieri pomeriggio nel suo discorso ai magistrati in tirocinio ha una corrispondenza molto precisa: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro. È lui, almeno in ordine di tempo, l’ultimo autore di “attacchi strumentali” ai magistrati.
Il riferimento è a un retroscena uscito martedì sulla Stampa, in cui Delmastro accusava i giudici di “parlare come i mafiosi” e promettendo di spezzare le reni alle toghe rosse. Non è stata la prima volta che il sottosegretario lascia che vengano virgolettate delle sue dichiarazioni oltre il confine dell’imbarazzo, dalle nuove auto della polizia che “non fanno respirare” i detenuti all confessioni rese al Foglio in cui diceva peste e corna sulla riforma della giustizia, fino a quest’ultima uscita che ha attirato addirittura l’attenzione del capo dello stato.
L’esercizio della giustizia, ha detto ancora Mattarella, è “affidato dalla Costituzione alla magistratura. La nostra Costituzione, lungimirante, persegue l’obiettivo di mantenere l’equilibrio tra i vari organi dallo Stato: nessun potere è immune da vincoli e controlli”. Vale per l’esecutivo, vale per il legislativo e vale pure per il giudiziario. “L’appartenenza all’ordine giudiziario impone un alto senso di responsabilità, dalla cui osservanza dipende in ampia misura la credibilità della stessa funzione giudiziaria - ha detto ancora il presidente della repubblica -. L’esercizio rigoroso del senso di responsabilità è quindi un risvolto necessario dell’indipendenza e autonomia, che esige qualificazione professionale, rispetto puntuale della deontologia, irreprensibilità dei comportamenti individuali. Anche nell’uso dei social media, con la consapevolezza che, nei casi in cui viene fondatamente posto in discussione il comportamento di un magistrato, ne può risultare compromessa la credibilità della magistratura”. La polemica sulle esternazioni non è nuova, del resto il meccanismo è noto e infernale: basta un post per mettersi nei guai e il dibattito pubblico vive di frasi uscite male e battute infelici. Essere e apparire imparziali è un orizzonte importante per tutti i magistrati, ma il vero problema risiede principalmente in chi infila certe considerazioni negli atti che redige, non tanto in chi si perde negli abissi social. Un fatto che, al di là delle ovvie questioni di opportunità, ha anche del generazionale.
“La condizione di legittimazione dell’ordine giudiziario risiede anzitutto nella fiducia che i cittadini nutrono nei confronti della giustizia - ha poi proseguito Mattarella -. Questa fiducia non va confusa con il consenso popolare sulle sue decisioni. Nel giudizio l’accertamento dei fatti e l’affermazione del diritto devono avvenire, ripeto, senza subire alcuna influenza o ricercare approvazioni esterne. Anche per questo è necessario che i provvedimenti giudiziari siano correttamente motivati”.











