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di Sergio Troisi

La Repubblica, 2 aprile 2022

Ora che la catastrofe si è compiuta, lo scorso 15 agosto con il rientro dei Talebani a Kabul, rivedere in una mostra tematica alcune delle foto che Steve McCurry ha scattato durante i suoi viaggi in Afganistan in un lungo arco temporale, dal 1980 al 2016, restituisce il senso della narrazione, i volti, i sorrisi, le speranze, i luoghi del paese dove il nuovo disordine mondiale ha avuto inizio nel 1979 con l’invasione sovietica, l’evento incubatrice della disgregazione dell’Urss e delle deriva islamista.

“For Freedom”, si intitola l’esposizione concepita dalla Fondazione Federico II insieme al fotografo (sino al 17 luglio a Palazzo reale, venerdì, sabato e lunedì 8.30-17-30, domenica 8.30-13-30, martedì-giovedì chiusa se c’è attività parlamentare), dedicata alle donne afghane, bambine, ragazze, anziane, colte nelle aule scolastiche, al lavoro nei campi d’oppio, per strada, nei mercati, allestita negli appartamenti reali con una grande struttura metallica a graticcio che intende rievocare la condizione di oppressione che ha nuovamente rinserrato l’intero universo femminile: è cronaca di questi giorni, con la chiusura dei licei dedicati alle ragazze. All’esterno del palazzo, risuoneranno per tutta la durata della mostra i versi dell’attivista Meena Keshwar Kamal, assassinata nel 1987 per avere difeso i diritti delle donne, e la voce della rapper Sonita Alizadeh: “Brides on sale”, canta, spose in vendita.

Alla mostra si accede accolti e seguiti dagli sguardi della sequenza dei ritratti femminili, in cui McCurry adotta posture e inquadrature classiche, le figure al centro dell’immagine disposte frontalmente o appena di tre quarti; come sempre magistralmente orchestrate nell’orchestrazione del colore, nell’azzurro o nel bianco di alcuni hijab, nelle pareti che fungono da fondale, nella semplicità delle vesti, queste fotografie sono memori della grande tradizione del ritratto occidentale. Così che, per esempio, una giovane studentessa con le mani incrociate alla vita a reggere i libri, siamo a Herat nel 1992, nella modulazione dei grigi, dei bianchi e dei neri può addirittura ricordare la grande pittura olandese del Seicento, in particolare Franz Hals. Come in quel modello costruito con una strategia messa a punto lungo secoli, anche qui tutto si gioca attraverso gli occhi intorno a cui si organizza il fulcro mobile dell’immagine: tutto, cioè il senso di testimonianza e di verità che ci chiama in causa e che ci interroga come testimoni di una storia che, ci piaccia o meno, è anche la nostra.

Questo cortocircuito tra l’eleganza, la bellezza e la dignità profonda dell’Oriente e i canoni occidentali è del resto un elemento ricorrente, in tanta opera di McCurry e in questa mostra.

In una foto d’interno, Kabul 2016, pavimento, parete e finestre costruiscono un ordito di geometrie coloratissime - rosa, verdi, azzurri - un telaio spaziale aperto al centro da una porta su un’altra stanza in cui una bambina gioca in equilibrio su una palla, come avviene negli ambienti di un altro pittore del secolo d’oro olandese, Pieter de Hooch; sempre a Kabul, nel 2002, una donna avvolta in burqa color del cielo osserva i manifesti dinanzi a una edicola, popstar, attrici, il comandante Massoud, una squadra di calcio e persino l’olografia celebre di una Madonna col Bambino. Per noi, e certamente anche per McCurry, a Maria col Figlio rimanda una ragazzina che tiene in braccio un bambino (Kamdesh, 1992), forse il fratello, lei indossa un velo bianco che potrebbe esser stato pensato da un pittore del Quattrocento e una veste fiorata: sul fondo qualcuno ha impresso le impronte bianche di una mano. Quanto alla fotografia più celebre, quella dell’adolescente in un campo profughi in Pakistan, opportunamente non è presente in mostra, se non indirettamente - quasi una mise en abîme - nel dipinto che la riproduce affisso in un’aula scolastica: chiude però il percorso espositivo l’immagine della stessa ragazzina, ormai donna, rintracciata nel 2002 a distanza di sedici anni da quello scatto; cosa sia passato in questo lasso di tempo si capisce dal modo con cui ci fissa.

Aldilà della loro innegabile e suadente eleganza, le fotografie di McCurry intendono infatti essere documento: ci sono allora mendicanti, bambine che lavorano nei mercati o nelle piantagioni, bambini ricoverati in ospedale feriti da mine antiuomo, tanti profughi, emersi o ragazze giocoliere, a viso scoperto, si esibiscono dinanzi ai loro coetanei in jeans: è appena il 2016 e già una scena come questa è diventata impensabile nella Kabul di oggi. Ci sono soprattutto scuole, e quindi libri, quaderni, lavagne, visi assorti nella lettura e nell’apprendimento, sorridenti e sereni così come quelli delle insegnanti; sono presenti anche tante donne celate dai burqa in tinta pastello, due traversano di fretta la strada col passo sincrono nella Kabul del 2003, un’altra (Mazar - i - Sharif, 1991) emerge a mezzo busto dallo stuolo di colombe bianche a cui sta dando da mangiare, indossa una veste gialla e una colomba le si è posata sul capo. Tutte sono sole.

Per quanto paradossale possa sembrarci, persino queste immagini di un universo di negazione sono diventate archeologia da quando alle donne non è concesso di uscire se non accompagnate dal padre, dal marito o da un fratello. Una bellezza doppiamente raggelata.