di Federico Rampini
Corriere della Sera, 8 settembre 2024
Alto e forte risuona l’allarme per il debito dei paesi africani. Di nuovo. A Cernobbio, dove mi trovo, ne ha parlato anche il ministro degli investimenti saudita. La cifra raggiunta da questo debito pubblico è ragguardevole: complessivamente 1.152 miliardi di dollari alla fine dell’anno scorso. E quel totale continua a salire, anche perché il rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla Federal Reserve americana (poi seguita da altre banche centrali) per combattere l’inflazione, si è trasmesso su tutti i debiti in dollari. Ora la Fed e le altre banche centrali hanno iniziato la retromarcia, è cominciata una fase di riduzione del costo del denaro, ma siamo solo alle prime mosse di questo nuovo ciclo e intanto i tassi sono elevati. Le nazioni africane quest’anno pagheranno 163 miliardi ai loro creditori esteri solo per il cosiddetto “servizio del debito”, cioè gli interessi (che non estinguono il debito stesso). Per avere un termine di raffronto, nel 2010 il servizio del debito africano era poco più di un terzo, solo 61 miliardi di dollari di interessi.
Di fronte a questa crisi debitoria, si sentono voci accorate che invocano l’intervento della comunità internazionale, o addirittura accusano la comunità internazionale di esserne colpevole. Dal mondo delle Ong umanitarie fino al Vaticano, dai media a una schiera di economisti, si sente dire che l’Africa è vittima di un sistema finanziario globale che la sovraccarica di debiti dalle condizioni opache o vessatorie, con tassi troppo elevati, per finanziare progetti d’investimento di dubbia qualità.
Ci risiamo con la narrazione che “vittimizza” gli africani e descrive i loro problemi come esterni, provocati sempre da altri: l’Occidente oppure, nelle versioni più recenti, la Cina. Un anno fa a quest’epoca usciva il mio libro “La speranza africana” nel quale criticavo questa impostazione, peraltro dando la parola proprio ad autorevoli africani che non la condividono. Di fronte agli ultimi dati sul debito, voglio riprendere il discorso dove l’ho lasciato. Lo faccio dando di nuovo la parola ad uno dei miei esperti preferiti, lo studioso nigeriano Ebenezer Obadare (i lettori della “Speranza africana” l’hanno già incontrato e conoscono la sua interessante biografia).
Ecco il parere di un nigeriano molto bene informato, e privo di paraocchi ideologici. Obadare conferma che è tornato in circolazione il luogo comune secondo cui c’è una “crisi debitoria” la quale “affligge” le nazioni povere dell’Africa, non come conseguenza di loro scelte ed azioni, ma perché qualcun altro si approfitta di loro. Un tempo - ricorda lo studioso nigeriano - i “cattivi” della storia eravamo noi occidentali, magari per il tramite di organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale dove americani ed europei conservano un’influenza determinante. Oggi i cattivi di una volta sono stati sostituiti dalla Cina in quanto è diventata la principale creditrice, almeno se si guarda all’erogazione di prestiti bilaterali. Dall’inizio del millennio, la Repubblica Popolare ha concesso nuovi prestiti bilaterali a Stati africani per un totale di 182 miliardi di dollari. La Cina ora viene accusata di avere prestato a condizioni inique, e di avere concesso ai governi locali prestiti troppo abbondanti perché costoro siano capaci di rimborsarli. Inoltre Pechino viene accusata di non concedere, alle nazioni in difficoltà, dei termini flessibili e favorevoli per una ristrutturazione del debito (con questo termine tecnico di “ristrutturazione” s’intende una revisione delle condizioni iniziali, che offra tempi di rimborso dilazionati e interessi ridotti).
“Queste critiche - osserva Obadare - sono animate da buone intenzioni ma sono sbagliate, intrise di condiscendenza. Anzitutto perché partono dal presupposto che il debito è il problema, mentre in realtà esso è un sintomo di altri problemi. Partendo da un presupposto sbagliato se ne deduce che se soltanto le nazioni africane non fossero oberate dai debiti, starebbero investendo massicciamente in istruzione, salute, infrastrutture. Non è così. Chi dipinge questo quadro dimentica che proprio l’incapacità di investire nelle giuste priorità è la ragione stessa per cui tante nazioni africane sono diventate delle debitrici croniche”.
L’esperto nigeriano rileva questa contraddizione tipica degli occidentali benintenzionati e “terzomondisti”: le stesse persone che oggi lamentano la crisi debitoria africana, ieri sostenevano che concedere generosi e abbondanti prestiti a quei paesi era la via maestra per il loro sviluppo. Lui li accusa di essere afflitti da amnesia… e anche un po’ ipocriti. Obadare non è sospetto di avere opinioni filo-cinesi, e oggi insegna in una università americana oltre a fare il ricercatore presso il Council on Foreign Relations di New York (lo stesso think tank di geopolitica di cui sono membro io). Tuttavia prende le difese di Pechino con questa motivazione: “Condannare la Cina per il suo presunto maltrattamento degli Stati africani è un modo per sminuire e disprezzare gli africani stessi. L’idea che la Cina presta ai governi africani più capitali del necessario, che in questo modo li inonda di debiti, implica che le classi dirigenti dell’Africa siano incapaci di giudicare i loro interessi e di regolarsi di conseguenza”. È una critica che Obadare rivolge in modo lucido e spietato ai terzomondisti occidentali: dietro i loro atteggiamenti compassionevoli nascondono un profondo razzismo, l’idea che gli africani sono sempre vittime altrui, quasi fossero incapaci d’intendere e di volere, o minorenni. Spesso infatti lui ricorre a questa espressione: “infantilizzare” l’Africa, negando ogni responsabilità e protagonismo (positivo o negativo) ai suoi leader e alle sue élite.
Così continua il suo ragionamento: “L’idea che le condizioni dei prestiti sono truccate a sfavore dei debitori africani implica che questi ultimi non sono abbastanza intelligenti per capirlo; o non sono abbastanza saggi per sottrarsi”. Spesso vi si aggiunge un’accusa sulla scarsa trasparenza per le condizioni di quei prestiti: l’idea è che se fossero pubblicizzate urbi et orbi, gli esperti occidentali - ben più intelligenti, astuti e virtuosi degli africani - saprebbero smascherare l’inganno. Tornano sempre gli stessi stereotipi: gli africani non sono “abbastanza maturi” per difendersi dai predatori. Lo stesso vale per le critiche secondo cui ci sono troppi creditori privati che hanno unito i loro prestiti a quelli bilaterali della Cina. In realtà il capitale privato crea concorrenza, che dovrebbe aiutare i debitori a difendere i propri interessi.
“Nessuno nega - conclude lo studioso nigeriano - che altissimi debiti, oltre a limitare gli investimenti pubblici, espongono le nazioni ad agitazioni politiche, com’è accaduto di recente in Kenya o nel mio paese, la Nigeria. Ma è sbagliato negare le colpe degli africani per questa situazione, suggerendo che siano vittime innocenti di malvagie forze straniere. La cosiddetta crisi debitoria in realtà è il risultato inevitabile di una pessima gestione delle finanze pubbliche da parte dei leader locali. Infine la richiesta di un perdono dei debiti non ha senso, se non si accompagna con un miglioramento dell’azione di governo e una maggiore trasparenza. Nessuna generosità esterna cambierà le leggi dell’economia, né proteggerà le nazioni africane dalle conseguenze delle loro azioni o inazioni. Sostenere il contrario è dannoso e infantilizza l’Africa”.









