di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 7 aprile 2023
Borsellino, i giudici del processo sul depistaggio. Depositate le motivazioni della sentenza, il tribunale stigmatizza i troppi non ricordo di chi era chiamato a fare le indagini. Ma per i giudici l’ex questore La Barbera non era diretto dalla mafia, piuttosto costruì il falso pentito Scarantino per fare carriera.
“A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di esponenti delle forze dell’ordine, può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile ad una attività materiale di Cosa nostra”. Non hanno dubbi i giudici del tribunale di Caltanissetta che si sono occupati del processo per il depistaggio nell’inchiesta sulla strage Borsellino.
“Ne discendono due ulteriori logiche conseguenze - scrive il collegio presieduto da Francesco D’Arrigo (giudici a latere estensori della sentenza Santi Bologna e Giulia Calafiore) - In primo luogo, l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda. Gli elementi in campo non consentono l’esatta individuazione della persona fisica che procedette all’asportazione dell’agenda, ma è indubbio che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e, per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario o opportuno sottrarre”.
“In secondo luogo - concludono i giudici - un intervento così invasivo, tempestivo (e purtroppo efficace) nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire - non oggi, ma già 1992 - il movente dell’eccidio di Via D’Amelio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa nostra di intervenire per alterare il quadro delle investigazioni, evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage (che si aggiungono, come già detto a quella mafiosa) e, in ultima analisi, disvelare il loro coinvolgimento nella strage di Via D’Amelio”. Nel luglio dell’anno scorso, il tribunale di Caltanissetta ha dichiarato la prescrizione per due componenti del Gruppo di indagine Falcone e Borsellino, chiamato a indagare sulle stragi: l’ex dirigente Mario Bo e l’ex ispettore Fabrizio Mattei, è stato invece assolto l’ex ispettore Michele Ribaduto. Erano accusati di concorso in calunnia, per aver contribuito a creare il falso pentito Vincenzo Scarantino, che depistò le indagini.
I silenzi istituzionali - I giudici del tribunale di Caltanissetta mettono in risalto anche “l’obiettiva ritrosia di molti soggetti escussi - non solo spettatori degli avvenimenti dell’epoca, ma anche attori, più o meno centrali, delle vicende oggetto di esame - a rendere testimonianze integralmente genuine che potessero consentire una ricostruzione processuale dei fatti che fosse il più possibile vicina alla realtà di quegli accadimenti”.
Sotto accusa ci sono i poliziotti del gruppo Falcone Borsellino: “Tra amnesie generalizzate di molti soggetti appartenenti alle istituzioni (soprattutto i componenti del Gruppo investigativo specializzato Falcone- Borsellino della polizia di Stato) - spiegano - e dichiarazioni testimoniali palesemente smentite da risultanze oggettive e da inspiegabili incongruenze logiche, l’accertamento istruttorio sconta gli inevitabili limiti derivanti dal velo di reticenza cucito da diverse fonti dichiarative, rispetto alle quali si profila problematico ed insoddisfacente il riscontro incrociato”.
La borsa scomparsa - “Quel che è certo è che la gestione della borsa di Paolo Borsellino dal 19 luglio al 5 novembre è ai limiti dell’incredibile - la sentenza ricostruisce in maniera precisa cosa non fu fatto quel 19 luglio 1992 -. Nessuno ha redatto un’annotazione o una relazione sul suo rinvenimento, nessuno ha proceduto al suo sequestro e, nonostante da subito vi fosse stato un evidente interesse mediatico scaturito”.
È un altro passaggio della sentenza sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Il collegio riepiloga tutta la vicenda gettando ombre sulla condotta di diversi esponenti delle istituzioni come il capitano Giovanni Arcangioli, visto allontanarsi con la valigetta e comunque prosciolto da ogni accusa. I giudici sottolineando pure che “appare inspiegabile il numero di mutamenti di versione rese nel corso degli anni in ordine alla medesima vicenda dal giudice Giuseppe Ayala pur comprendendosene lo stato emotivo profondamente alterato”.
Ad avviso del collegio “Solo (se e) quando si potrà stabilire al fondo, e con chiarezza, il ruolo di Giovanni Arcangioli e il ruolo di Arnaldo La Barbera (che riconsegnò la borsa del giudice alla famiglia dopo mesi ndr) - soprattutto sotto il profilo del come si coniugano tra loro i due interventi sulla borsa - si potrà fare nuova luce sul tema della sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino”. “Sia che l’agenda sia sparita a pochi minuti dall’esplosione, sia che l’agenda sia sparita in un torno di tempo (immediatamente) successivo, - concludono - tenere un reperto così importante per cinque mesi a decantare su un divano ha avuto certamente un’efficienza causale nello sviamento investigativo delle prime indagini, facendo venir meno l’attenzione sulla borsa e sul suo contenuto”.
Il ruolo di La Barbera - Ma perché accadde tutto questo? Dice la sentenza: “Gli elementi probatori analizzati finora non consentono di ritenere - al di là di ogni dubbio ragionevole - che Arnaldo La Barbera (l’ex capo della squadra mobile e poi questore di Palermo - ndr) fosse concorrente esterno all’associazione mafiosa o che l’abbia agevolata favorendo il perdurare dell’occultamento delle convergenze dell’associazione con soggetti o di gruppi di potere cointeressati all’eliminazione di Paolo Borsellino e dei poliziotti della sua scorta”.
“Non vi è dubbio che La Barbera abbia agito anche per finalità di carriera e - dopo essere stato messo da parte alla fine del 1992 in corrispondenza con l’arresto di Contrada - una volta rientrato nel circuito abbia fatto letteralmente carte false per poter mantenere e accrescere la propria posizione all’interno della Polizia di Stato e nell’establishment del tempo”, spiegano.
Sui maltrattamenti che il falso pentito Vincenzo Scarantino riferì di aver subito nel carcere di Pianosa dalla polizia che voleva costringerlo ad accusarsi della strage e accusare innocenti “non può ritenersi - aggiungono - che gli stessi fossero riconducibili a disposizione impartite da La Barbera (ex capo della Mobile ndr) o da Mario Bo (tra gli imputati del depistaggio ndr)”.
“Se può dirsi inoltre anche logicamente certo che, nell’ottica di un pressing investigativo eufemisticamente duro e spregiudicato (come si è visto, tradottosi anche nella fabbricazione di falsi collaboratori di giustizia come Andriotta al fine di dare la spallata alle resistenze di Scarantino), la sua labilità psicologica sia stata utilizzata dagli investigatori per convincerlo a collaborare (con ogni mezzo), non può però ritenersi provato che le condotte di cui Scarantino fu vittima a Pianosa siano ascrivibili alla longa manus di Arnaldo La Barbera”, proseguono. “Però è tristemente e altamente probabile che quest’ultimo ne fosse quantomeno a conoscenza” concludono i giudici che parlano di una “disgraziata e devastante gestione penitenziaria che ha realizzato una sospensione dei principi dello Stato di diritto e delle garanzie costituzionali che non può che suscitare indignazione”.










