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di Beatrice Branca

Corriere del Veneto, 6 novembre 2025

Chiesta l’archiviazione: “Azione proporzionata”. I sindacati di polizia: non andava indagato. È passato più di un anno da quando il cuore del 26enne maliano Moussa Diarra ha smesso di battere. A fermarlo è stato un colpo di pistola, sparato dall’assistente capo della polizia di Stato A.F. fuori dalla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre 2024. Prima l’agente era stato aggredito dal giovane con un coltello da cucina con lama seghettata lunga 11 centimetri. Ieri la Procura ha annunciato la chiusura delle indagini preliminari e chiesto l’archiviazione del procedimento per omicidio colposo dell’agente della Polfer. “Si ritiene che l’indagato non sia punibile - spiega il procuratore capo Raffaele Tito in un comunicato stampa - ponendo in essere una difesa senza alcun dubbio proporzionata all’offesa. Resta inalterato per noi il senso del dolore per la morte così drammatica di un giovane di 26 anni”.

Quella mattina Moussa si era avvicinato al poliziotto e al suo collega impugnando l’arma con la mano destra con “un’aggressività ingiustificata”, riferisce il pm Tito, aggiungendo che il giovane maliano “andava incontro ad A.F., tenendosi sempre a una distanza molto ravvicinata e non ponendosi alla fuga”. La procura ha sottolineato come il coltello non sia “meno letale della pistola perché un’arma da fuoco richiede tempo di estrazione e mira” e come l’agente non si sia “volontariamente posto in una situazione di pericolo”.

“Siamo soddisfatti della decisione della procura e sollevati, ma rimane il dispiacere per quanto è accaduto, che è stato inevitabile - dice Matteo Fiorio, difensore del poliziotto. Fin dall’inizio il mio assistito aveva spiegato che non aveva avuto scelta per difendere se stesso e chi lo circondava. Moussa aveva più volte cercato di colpire i due agenti col coltello prima dentro la stazione e poi fuori. All’inizio gli era stato detto numerose volte di fermarsi e di buttare giù l’arma, ma il giovane non ha desistito”. A quel punto il poliziotto ha tirato fuori la pistola e ha sparato tre colpi. “Uno in aria, uno ha sfiorato Moussa ed è andato a finire contro il vetro dell’ascensore del parcheggio, il terzo al petto - aggiunge l’avvocato -. Nella perizia balistica viene poi spiegato come per l’agente non fosse tecnicamente possibile colpire una gamba come è stato ipotizzato all’inizio. La distanza era troppo ravvicinata, parliamo di due-tre metri ed è successo tutto nel giro di pochi istanti”.

È amareggiato invece il pool di avvocati della famiglia di Moussa Diarra - Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Silvia Galeone e Francesca Campostrini - per le modalità con cui è stata comunicata la chiusura delle indagini. “Siamo sinceramente sconcertati dall’atteggiamento della procura che, mentre richiede alla famiglia del povero Moussa, ferito a morte da un agente di polizia, 8 euro per poterli mettere a conoscenza delle motivazioni che hanno fondato la richiesta di archiviazione, ritiene di poterle compendiare in un comunicato stampa da fornire ai giornalisti - dicono i legali -. Ancora una volta la famiglia e gli affetti della vittima, la dignità degli stessi e il necessario rispetto verso il loro bisogno di conoscere le cause e le condizioni della tragica morte di Moussa, oltreché i loro diritti di difesa, passano in secondo piano”. La morte del 26enne aveva convinto alcune associazioni locali e la comunità maliana a stringersi al dolore della famiglia. Pochi giorni dopo è nato il “Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra” ed è stato allestito un altarino in stazione per ricordarlo con foto, fiori e messaggi.

Il comitato ha definito la richiesta di archiviazione “un quarto colpo”, sottolineando come “i legali della famiglia non hanno ancora potuto vedere la perizia balistica” e altri atti, tornando a parlare del primo comunicato stampa della Procura, che “si affrettava ad assolvere l’assistente capo” già il 20 ottobre 2024, e la poca chiarezza sulle “telecamere accese o spente”. Oltre a criticare un mancato “intervento nelle due ore precedenti all’uccisione”. Nella notte tra il 19 e il 20 ottobre Moussa aveva vagato per la città in stato di agitazione. Prima di arrivare in piazzale XXV Aprile aveva incrociato in via Pallone una pattuglia della polizia locale. Le telecamere lo avevano ripreso mentre si avvicinava con un coltello a due agenti che, spaventati, sono scappati allertando le forze dell’ordine.

Moussa ha poi raggiunto la stazione dove ha sfondato la vetrata della biglietteria. È poi tornato due ore dopo aggredendo l’agente della Polfer, che gli ha sparato. Appoggiano invece la decisione della procura i sindacati di polizia. “Il comunicato diffuso dagli organi inquirenti offre un’oggettiva rappresentazione della realtà come fedelmente ricostruita attraverso certosine attività di indagine che sembrano non consentire margini ad ulteriori strumentali prese di posizione”, commenta il Siulp. “Quando ci sono cause di giustificazione come la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi o l’adempimento del dovere non si dovrebbe procedere automaticamente con l’avviso di garanzia”, dice Stefano Paoloni del Sap.