di Diletta Belotti
L’Espresso, 4 settembre 2026
La storia delle carceri ci insegna che il corpo è sempre l’ultima frontiera della battaglia”, ha scritto il Collettivo rotte balcaniche, assieme a “No Borders Bulgaria” che da Sofia si impegna contro la violenza delle frontiere bulgare. Si riferiscono ai tentativi di suicidio, la notte del 21 agosto, da parte di due ragazzi di 17 anni reclusi nel centro di detenzione di Pastrogor. Hanno provato a togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per le pulizie e lamette da barba. Erano lì da diverse settimane come richiedenti asilo, nonostante fossero minorenni, dopo essere stati trasferiti dal centro di detenzione di Busmantsi, a Sofia. In seguito hanno subito violenti maltrattamenti sia da parte della polizia che dei medici.
Uno dei due ragazzi è stato ricoverato all’ospedale di Svilengrad solo per poche ore, mentre l’altro è rimasto lì per tre giorni, in stato di incoscienza, prima di essere nuovamente rinchiuso nello stesso centro di detenzione. Alle persone solidali che si sono recate all’ospedale di Svilengrad, durante il normale orario di visita, è stato impedito di vedere i due ragazzi. Sono state anche fermate dalla polizia, perquisite e hanno ricevuto divieti di entrare nell’ospedale e nella città di Pastrogor, adducendo motivi di ordine pubblico.
“Non si tratta di incidenti, ma del risultato delle politiche europee in materia di frontiere e reclusione, sistematicamente concepite per generare disperazione, sottomissione e morte”, hanno scritto i due collettivi nei giorni seguenti ai tentativi di suicidio. Grazie alla presenza delle realtà politiche no borders sul campo è possibile monitorare le violazioni di diritti umani nei centri sulle frontiere. Strutture pensate o modificate secondo la procedura accelerata lungo il corridoio bulgaro-turco, come previsto dal Nuovo patto dell’Unione europea su migrazione e asilo. Infatti, il Centro di transito di Pastrogor in Bulgaria, situato a circa 28 chilometri dal confine turco, è stato ufficialmente trasformato, a dicembre 2025, da campo di accoglienza aperto a struttura di detenzione di tipo chiuso sotto la giurisdizione dell’Agenzia statale bulgara per i rifugiati (Sar).
È una struttura di alta sicurezza per trattenere, dai 7 giorni alle 12 settimane, le persone che attraversano irregolarmente il confine. Il centro è stato recentemente oggetto di segnalazioni e scrutinio internazionale a causa di una serie di gravi violazioni e abusi. Infatti da quando la popolazione di Pastrogor è aumentata rapidamente i reclusi hanno organizzato scioperi della fame all’interno del campo per protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita, chiedendo più tempo all’aperto, un trattamento migliore e cibo di qualità superiore.
Lo scorso 26 luglio, a seguito della fuga di due persone, le forze di sicurezza hanno inflitto violenze fisiche indiscriminate alle persone ancora in detenzione. Organizzazioni come il Ballan investigative reporting network (Birn) hanno ottenuto prove video e fotografiche che documentano almeno otto persone con gravi traumi. I detenuti hanno anche riferito che la polizia ha sistematicamente distrutto i telefoni cellulari per impedire la diffusione di prove. È corretta l’analisi che fanno le realtà attive sul territorio: i confini europei stanno assumendo sempre più la forma di campi di concentramento di massa, ma “la solidarietà è l’arma che non possono piegare”.









