di Fulvio Paloscia
La Repubblica, 6 novembre 2020
Il 6 marzo del 2016 l'Italia è scossa dalla morte di un ragazzo romano, Luca Varani, ucciso dopo una notte di violenze e sevizie inferte da altri due giovani, Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi. Il corpo senza vita di Varani viene trovato in un appartamento di via Giordani, nel Collatino, quartiere dormitorio di una capitale in putrefazione, dilaniata dall'invasione di topi e da Mafia capitale. Ma cosa ha portato a quell'omicidio a sfondo omosessuale? Cosa è accaduto nelle teste dei due assassini? Quanto la morte di Varani ha che fare con con i segni e i simboli sempre più storti della modernità, con la crisi identitaria che sembra essere uno dei tormenti delle nuove generazioni?
Ne "La città dei vivi" (Einaudi), lo scrittore barese Nicola Lagioia (a sei anni da La ferocia, premio Strega) ricostruisce il percorso e il retroscena facendo suo il romanzo d'inchiesta che dal Capote di A sangue freddo ci conduce a Carrère, a Cercas, ai grandi della non-fiction (ma anche a Compulsion di Meyer Levin).
Roma, fin dal titolo, è la coprotagonista del romanzo. In qualche modo, è anche complice di Foffo e Prato?
"È il contesto di un delitto che, altrove, sarebbe stato diverso, proprio come non è immaginabile Jack lo Squartatore fuori da Londra. La bellezza e la deriva di Roma ormai s'intrecciano fino a confondersi, ma è anche una città bifronte: invivibile e traboccante vita, dominata da un cinismo scoraggiante per chi non vuole lasciarsi vivere (qualunque cosa tu voglia fare non vale la pena d'essere fatta) e la cui eternità la fa essere consapevole che tutto passa, tutto è transitorio. Cosa saggia, in un mondo che rimuove l'impermanenza. Ma Roma è anche la città dove le classi sociali sono sempre state permeabili: dalle mogli degli imperatori che si prostituivano nella suburra a Marcello e i suoi amici che, nel film La dolce vita, svanivano nella notte per ritrovarsi in una borgata o in un palazzo nobiliare. "Roma è una giungla tiepida in cui ci si può nascondere" diceva Mastroianni nel film di Fellini; oggi è diventata ribollente, le liane putrefatte ci cadono addosso e il sentimento di libertà è affrancamento dai doveri".
La permeabilità sociale connota anche il delitto Pasolini, avvenuto in ben altri tempi...
"Credo che sia più forte la tentazione di trovare collegamenti tra l'omicidio di Varani e il delitto del Circeo. In quel caso agiatissimi rampolli pariolini si accanirono su due figlie del popolo, ma fu proprio Pasolini a scombinare le carte mettendo in luce come i due strati sociali non fossero poi così diversi: il borgataro aspira a essere figlio di papà. Anche le parti in causa del delitto Varani provengono da classi sociali diverse; mentre però i massacratori del Circeo erano ben determinati nel compimento dell'azione malvagia, Foffo e Prato si descrivono come soverchiati da una forza superiore che li spinse a compiere un gesto impensabile. Se negli assassini del Circeo c'era un farneticante delirio di onnipotenza, nel caso Varani ci sono fragilità e debolezza. Per questo, penso sia un forte segno dei nostri tempi".
La letteratura riscatta la cronaca nera dai meccanismi di gossip televisivo in cui si è incagliata, restituendole la sua forza simbolica?
"Oggi nessun essere umano è all'altezza di un evento tragico. Perché la tragedia contiene un elemento che nascondiamo sotto il tappeto: l'irreversibilità della vita. Essere soli di fronte all'irreversibile ci è insostenibile, quindi rimuoviamo il senso del tragico. La letteratura invece rimette la tragedia al centro della cronaca nera, e quindi anche la complessità. Perché la letteratura non giudica, ma è un'istruttoria mai finalizzata ai gradi di giustizia, risponde alle domande con altre domande e soprattutto comprende, togliendo dall'eccezionalità sia il carnefice che la vittima, per ricondurli a qualcosa di molto vicino a noi. Sì, a noi che, è comprensibile, allontaniamo i carnefici definendoli mostri oppure diamo alle vittime una natura fantasmatica, terrorizzati dall'essere prima o poi gli uni o gli altri. Però gli omicidi non sono interessanti per morbosità, ma perché gettano luce sui nostri meccanismi più profondi, sul nostro rapporto con l'istinto di prevaricazione, su quanto non siamo ancora riusciti a svincolarci dallo stato di natura".










