di Simona Musco
Il Dubbio, 25 luglio 2025
La pratica su Piccirillo spacca Palazzo Bachelet: i consiglieri di destra tornano in aula per “dovere istituzionale”, ma accusano i togati di voler attaccare il governo. Alla fine sembra non sia servita nemmeno la moral suasion del Quirinale. È stato il richiamo al senso delle istituzioni a convincere i consiglieri laici di centrodestra a tornare in aula, dopo che per due volte, mercoledì, hanno fatto mancare il numero legale pur di non votare la pratica a tutela del magistrato Raffaele Piccirillo, finito nel mirino del ministro Carlo Nordio dopo un’intervista in cui commentava la gestione del caso Almasri. Così, nella seduta straordinaria di ieri, hanno annunciato di non voler partecipare alla discussione, garantendo la propria presenza per il voto, concluso con l’approvazione della delibera a maggioranza, con un solo astenuto e cinque voti contrari.
La seduta si è trasformata in un duro scontro politico. Da un lato i laici di centrodestra, decisi a difendere Nordio e sostenuti dalle forze di maggioranza fuori da Palazzo Bachelet; dall’altro i togati, che pur senza sposare pienamente le affermazioni di Piccirillo hanno stigmatizzato l’attacco del ministro non solo al singolo magistrato ma all’intera sezione disciplinare del Consiglio, definita dal Guardasigilli “stanza di compensazione” tra correnti associative, dove si esercita una “giustizia domestica”.
Secondo i laici di centrodestra, tutto ruota attorno al voto del Senato sulla separazione delle carriere. Per questo la pratica è arrivata in plenum in appena 72 ore, una velocità che i consiglieri considerano insolita e finalizzata ad esacerbare lo scontro con il governo. Ma per i togati si tratta di un argomento più serio: un attacco alla separazione dei poteri. “Un magistrato è stato deriso per le opinioni espresse - ha esordito il relatore Tullio Morello (Area) -. Eppure, i magistrati non sono privi della libertà di espressione: questa è una garanzia che appartiene anche a loro. Le affermazioni pronunciate dal ministro sono idonee a condizionare il sereno esercizio della giurisdizione”. Morello ha sottolineato che “la Prima commissione, sulle pratiche a tutela, non è tenuta a seguire nessun ordine cronologico: ciò è risaputo da tutti e vi sono ampi precedenti”.
Per Marco Bisogni (Unicost), a rendere urgente la pratica a tutela sarebbe stato soprattutto il riferimento alla sezione disciplinare del Consiglio, definita “inaffidabile”: una “falsità inaccettabile per questo Consiglio”, ma un ottimo “argomento a sostegno della riforma”, che introduce l’Alta Corte. “Cosa dobbiamo aspettarci ancora da qui al Referendum?”, si è chiesto il togato di Mi Edoardo Cilenti. Duro anche l’indipendente Andrea Mirenda: “Piccirillo forse si è lasciato andare un po’ troppo - ha evidenziato -, ma viviamo in una Repubblica che si fonda anche sulla divisione dei poteri e ciò garantisce lo Stato di diritto. I magistrati non sono esenti da critiche. Ma quando invece si scade nell’attacco personale, dubitando della salute mentale e attaccando uno snodo fondamentale come il disciplinare, non si insulta solo l’individuo, ma si delegittima l’intero potere giudiziario.
E se le parole arrivano dal ministro, il danno non è solo simbolico, ma istituzionale”. Per Mimma Miele di Md, si tratta di “un attacco gravissimo, che non ha precedenti”, che colpisce ancora di più “perché proveniente da una persona che fino a pochi anni fa portava la toga”. Un ministro che, da magistrato, ha poi ricordato il laico in quota dem Roberto Romboli, definì “una forma grossolana e maldestra di intimidazione” il tentativo dell’Anm di “processarlo” per aver criticato i colleghi. Il laico ha definito “argomenti non provati” quelli usati dal ministro. “La finalità evidente è delegittimare la magistratura in attesa del referendum”, ha aggiunto. Ma è stato il laico di Iv Ernesto Carbone a offrire un quadro sistemico della tensione, ricordando “una lunga serie di esternazioni governative contro i magistrati”: dai presunti complotti fino all’uso di parole come “ayatollah” per definire le toghe. “Non mi ha mai spaventato il confronto - ha detto - mi spaventa quando uno dei tre poteri dello Stato delegittima l’altro”.
Ha deciso invece di astenersi Bernadette Nicotra. Non tanto per il merito, quanto per la velocità dell’iter della delibera. “La Prima Commissione ha esaminato 24 pratiche a tutela, una sola è stata approvata - ha evidenziato -. Perché si sceglie di tutelare un magistrato piuttosto che un altro?”. La togata di Mi ha espresso, dunque, “perplessità rispetto alle pratiche a tutela, che spesso assumono una valenza politica e mediatica”. Ed è per questo, ha annunciato, che non ne firmerà più alcuna. “Tuttavia - ha concluso - ribadisco il mio pieno sostegno all’assoluta imparzialità della Sezione disciplinare. Qualunque accusa va restituita al mittente”.
Un intervento pesante è arrivato anche dalla prima presidente della Cassazione, Margherita Cassano, a pochi giorni dall’addio alla toga: “Sono amareggiata per l’ennesimo attacco ingiustificato alla magistratura, a un livello ancora più alto rispetto ai precedenti”. Le dichiarazioni del ministro sarebbero “altamente lesive della onorabilità e della credibilità” della funzione disciplinare, che è “presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”. Cassano ha ricordato inoltre che Nordio stesso, in quanto titolare dell’azione disciplinare, concorre a quella funzione.
Per smentire l’idea di una “giustizia domestica”, la presidente ha snocciolato i numeri: dall’inizio della consiliatura 65 condanne (sette di rimozione, ndr), 35 decisioni di non punibilità per particolare tenuità del fatto, 19 magistrati usciti dall’ordine giudiziario per evitare la sentenza e 44 assoluzioni. “Questi dati dimostrano rigore e trasparenza. Se il ministro avesse ritenuto sbagliate alcune assoluzioni, poteva impugnarle: cosa che non ha fatto”, ha sottolineato.
La delibera, infine, è passata, ma l’esultanza dei togati non è piaciuta ai laici di centrodestra: “Il senso delle istituzioni ci ha imposto questa scelta per non bloccare i lavori del Csm in un momento delicato per la giustizia. Nessuna vittoria dei togati, solo l’ennesima occasione per polemizzare contro il governo”. In serata è arrivata la replica di Nordio, che ha abbassato i toni. “So bene che, con il vicepresidente Fabio Pinelli e la Presidente Margherita Cassano, il Csm e la sezione disciplinare hanno intrapreso un percorso diverso.
Ma rimane il problema di fondo di un organismo eletto dai magistrati che un domani possono essere sottoposti al suo giudizio. E i precedenti non sono affatto confortanti”, ha dichiarato. Così si è chiusa l’ultima seduta prima della pausa estiva. Con il sorriso amaro del vicepresidente Fabio Pinelli, che salvato il Consiglio dallo scioglimento, si è lasciato andare ad un sospiro: “Adesso ho bisogno di vacanza”.











