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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 22 marzo 2025

Il rapporto: mentre la politica rimanda le soluzioni, le strutture sono al limite e i diritti umani ignorati. Mentre giovedì scorso la Camera ha approvato una mozione di maggioranza vuota di soluzioni concrete sull’emergenza carceraria, lo stesso giorno il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha incontrato i rappresentanti della Conferenza dei Garanti territoriali, in un confronto (il secondo nel giro di due settimane) che ha messo a nudo il divario tra le urgenze del sistema penitenziario e l’inerzia politica.

A fare da sfondo, il drammatico dossier dell’Associazione Antigone, inviato al Parlamento in occasione della seduta straordinaria: 62.140 detenuti stipati in strutture al collasso, 20 suicidi in tre mesi, minori ammassati in celle per adulti e istituti ridotti a ruderi. Un’emergenza che la politica ha scelto di archiviare con un atto formale, ignorando le proposte di chi da anni denuncia l’abisso del sistema penitenziario. Come detto, nella stessa giornata del voto parlamentare, il ministro Nordio ha ricevuto il portavoce della Conferenza dei Garanti Territoriali, Samuele Ciambriello, accompagnato da Bruno Mellano (garante del Piemonte) e Valentina Calderone (garante di Roma).

Al centro del dialogo, i dati allarmanti diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap): oltre 23.000 detenuti vivono in regime di custodia chiusa, privi di attività trattamentali, socialità e percorsi di inclusione. “Non servono tanto nuove celle o stanze di pernottamento, ma laboratori, officine scuole, spazi di vita comunitaria sportiva e formativa. Non nuove carceri, ma carceri nuove!”, ha sottolineato il portavoce Ciambriello, chiedendo nuovi investimenti nell’opera trattamentale. La conferenza dei garanti ha sollecitato provvedimenti di clemenza per alleggerire il sovraffollamento, puntando su misure alternative per detenuti con pene residue brevi o fragilità sanitarie. Sul tavolo anche la proposta di istituire Case di Reinserimento, modello ritenuto promettente per ridurre la recidiva.

A tal fine, è stato annunciato un finanziamento di 1,9 milioni di euro per progetti di mediazione culturale, da approvare entro il 31 marzo tramite la Cassa delle Ammende. Particolarmente accesa la discussione sulla giustizia minorile. I garanti hanno ribadito la contrarietà al trasferimento di 70 giovani adulti nella sezione distaccata del carcere bolognese della Dozza, definendolo una violazione delle norme internazionali. “Separare minori e adulti non è un optional, ma un obbligo”, ha insistito Ciambriello, ricordando che il provvedimento, seppur presentato come temporaneo, rischia di normalizzare un approccio punitive.

Critiche anche sulla chiusura dell’unico istituto per detenute madri nel Sud Italia, a Lauro (Avellino), mentre restano attive tre strutture al Nord (Milano, Torino, Venezia). “Al Sud, le madri detenute sono costrette a scegliere tra la galera e l’allontanamento dai figli”, ha denunciato la garante Calderone. Ma soprattutto, ha fatto presente che le case famiglia protette per le detenute madri sono definanziate dallo scorso anno. Il guardasigilli ha recepito questa denuncia e ha promesso di metterci mano. Detto, fatto. Nordio ha firmato un decreto che assegna al Dap l’importo di un milione di euro per il corrente anno, mentre è già allo studio un intervento normativo da inserire nella prossima legge di bilancio finalizzato a stanziare le risorse necessarie per assicurare stabilmente i suddetti interventi.

Il giorno della seduta straordinaria, Antigone ha inviato un documento in Parlamento che purtroppo è stato, di fatto, ignorato. Il report, a disposizione di tutti i deputati presenti, è un atto di accusa senza precedenti contro un sistema al collasso. Attraverso dati, testimonianze e analisi dettagliate, il rapporto svela un Paese che viola diritti umani fondamentali, trasformando le carceri in luoghi di sofferenza sistematica. Al 17 marzo 2025, le carceri italiane ospitano 62.140 detenuti, contro una capienza regolamentare di 51.323 posti. Di questi, 4.518 sono inagibili per degrado, portando il tasso di sovraffollamento al 132,7%.

Un aumento di 1.200 detenuti in un anno, accompagnato da un incremento dei posti non disponibili: da 3.646 nel maggio 2023 a 4.518 nel 2025. Le regioni più critiche - Lombardia, Puglia e Veneto - ospitano istituti con tassi di affollamento superiori al 200%, come Milano San Vittore (213%) e Foggia (209%). In totale, 146 strutture superano la capienza massima. Il sistema minorile, un tempo modello europeo, è in frantumi. Dopo il Dl Caivano, i giovani detenuti sono passati da 392 a 569, con una capienza degli Istituti penali per minorenni (Ipm) fissata a 559 posti. Il sovraffollamento (111,45%) ha costretto all’uso di materassi per terra a Torino, Milano e Bari, mentre a Roma i ragazzi hanno affrontato l’inverno senza riscaldamento. La decisione di trasferire 70 giovani adulti nel carcere bolognese della Dozza - violando il principio internazionale di separazione tra minori e adulti - rischia di aggravare il fenomeno della criminalizzazione precoce.

Il 2025 si apre con 20 suicidi in tre mesi, tra cui una donna e un 24enne di Regina Coeli. Un trend che segue il record del 2024 (89 vittime) e che proietta il bilancio annuale verso oltre 200 morti. L’ 80% di questi episodi avviene in sezioni a custodia chiusa, dove i detenuti trascorrono fino a 22 ore al giorno in isolamento. A questi si aggiungono 48 decessi per cause diverse, legate a malattie trascurate o condizioni igienico-sanitarie disumane. Oltre il 60% delle sezioni applica il regime di custodia chiusa, abbandonando il modello a celle aperte introdotto dopo la sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una scelta che ha trasformato il carcere in un ambiente asfissiante: niente attività rieducative, socialità limitata a poche ore d’aria, e un uso crescente di psicofarmaci e misure contenitive.

Il degrado materiale è documentato in decine di istituti. C’è Sollicciano, dove muffa e infiltrazioni invadono uffici e celle, con il personale costretto a usare torce dopo il tramonto. A Regina Coeli i detenuti senza coperte, posate o tavoli per mangiare. Al carcere di Modena con i padiglioni fatiscenti con porte arrugginite e mobili bruciati. A Lodi e Taranto, tassi di affollamento vicini al 200% in strutture prive di manutenzione. Solo un terzo dei detenuti (20.240 su 62.140) svolge attività lavorative, per lo più legate alla gestione interna delle carceri.

Appena il 15,53% ha accesso a impieghi esterni, mentre progetti culturali e formativi vengono sistematicamente disincentivati. “Il volontariato è visto come un fastidio, non come una risorsa”, sottolinea il rapporto, citando la chiusura di laboratori e la burocratizzazione dell’accesso alle università. Antigone avanza 15 proposte concrete: dalla deflazione del numero di detenuti attraverso misure alternative all’abolizione dell’isolamento disciplinare, dall’apertura delle celle per 8 ore al giorno all’assunzione di migliaia di operatori. L’unico segnale positivo arriva dal fronte delle case- famiglia protette, il cui fondo sarà - forse - ripristinato. Per il resto, il sistema sembra destinato a implodere. Nonostante la chiarezza delle proposte, con l’aggiunta da parte della mozione dell’opposizione (tranne il M5S) che prevedeva la proposta di legge Giachetti - Nessuno Tocchi Caino sulla liberazione anticipata speciale e ordinaria, il Parlamento ha approvato una mozione che le ignora totalmente. Intanto, tra muffa, suicidi e celle sovraffollate, il sistema continua a macinare vittime. “La crisi penitenziaria è una bomba a orologeria. Eppure, continuano a scontrarsi su un piano esclusivamente ideologico”, denuncia il garante Ciambriello.