di Marco Bresolin
La Stampa, 19 marzo 2025
La Commissione: “Pronto un fondo da 150 miliardi da elargire con prestiti a tassi agevolati”. Tra le condizioni per usufruirne appalti condivisi con altri europei e commesse ad aziende locali. Nell’ultima bozza di conclusioni del vertice Ue in programma domani c’è ancora scritto che il Consiglio europeo “invita gli Stati membri ad aumentare con urgenza gli sforzi per andare incontro alle esigenze militari e di Difesa dell’Ucraina”. Ma è chiaro che il messaggio emerso dalla telefonata tra Trump e Putin rimette tutto in discussione: la Russia ha chiesto di bloccare l’invio di armi a Kiev durante il possibile cessate il fuoco. A caldo, Emmanuel Macron ed Olaf Scholz ieri sera hanno ribadito che il sostegno militare all’esercito ucraino da parte degli europei “continuerà”. Hanno definito “un buon inizio” la tregua sulle infrastrutture energetiche, ma hanno ribadito che “non può esserci alcuna intesa senza l’Ucraina”. La richiesta russa era in qualche modo prevedibile, ma ora bisogna vedere quali conseguenze concrete ci saranno, visto che finora l’Ue aveva sempre ribadito la sua volontà di continuare ad armare Kiev. Volontà che, all’atto pratico, si è però scontrata con parecchie difficoltà, visto che il piano presentato dall’Alto Rappresentante Kaja Kallas per stanziare aiuti militari per 40 miliardi di euro entro il 2025 era già stato accolto con freddezza da molte capitali, soprattutto tra quelle dei Paesi che si trovano nell’arco meridionale. Alla riunione di lunedì tra i ministri degli Esteri, l’italiano Antonio Tajani aveva fatto esplicitamente riferimento alla necessità di valutare la situazione alla luce della telefonata tenutasi ieri.
In attesa di definire meglio i contorni della risposta all’intesa informale di ieri e le eventuali ripercussioni sulla strategia per il sostegno a Kiev, l’Ue va avanti con il suo piano di riarmo che intende portare avanti a prescindere dall’esito del conflitto in Ucraina. “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”. Riadattando la celebre locuzione latina, sempre più abusata di recente, Ursula von der Leyen ha anticipato la linea che emergerà oggi con la presentazione del suo Libro Bianco per la Difesa e con la strategia “Preparedness 2030”, secondo la quale nel giro di cinque anni l’Ue dovrà “aver riarmato e sviluppato le capacità per avere una deterrenza credibile”. Tra le ricette proposte, anche quella di introdurre un “Meccanismo europeo per la vendita di armi”, una sorta di centrale unica per l’acquisto di armamenti simile a quella sperimentata con i vaccini anti-Covid.
La Commissione ha inoltre messo a punto i dettagli del piano “Safe” (Security Action for Europe), vale a dire il nuovo strumento che verrà introdotto sulla base dell’articolo 122 del Trattato e che metterà a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro di prestiti a tassi agevolati. Per accedervi, i Paesi dovranno rispettare una serie di condizioni che sono elencate nella bozza di regolamento visionata da La Stampa. Le principali sono due: potranno essere finanziate le spese sostenute nell’ambito degli appalti congiunti tra almeno due Stati Ue, oppure tra almeno uno Stato Ue e uno Stato che fa parte dell’area Efta (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), oppure l’Ucraina; allo stesso modo, saranno ammessi gli ordini effettuati presso le industrie di questi Paesi. Nel caso di beni realizzati attraverso componenti provenienti da diverse parti del mondo, il regolamento dice che “almeno il 65% del costo dei componenti” dovrà riguardare la produzione europea.
Eccezionalmente, potranno partecipare agli appalti anche i Paesi candidati all’ingresso nell’Ue (per esempio la Turchia), oppure Paesi terzi con i quali esiste un accordo in termini di sicurezza: in quel caso saranno possibili gli ordini anche presso le loro industrie. La questione è molto sensibile per il Regno Unito, la cui industria della Difesa potrebbe essere in prima battuta esclusa dagli acquisti congiunti effettuati dai partner Ue. Secondo il Daily Telegraph, il premier britannico Keir Starmer starebbe facendo pressioni sull’Ue per consentire alle proprie aziende di essere classificate come “europee” all’interno del programma ReArm Europe. “Oggi la maggior parte degli investimenti nella Difesa va fuori dall’Europa e questo non è più sostenibile”, ha puntualizzato von der Leyen, che è anche tornata sull’esigenza di sviluppare una rete di infrastrutture “che facilitino il trasporto rapido di truppe e attrezzature militari”. Gli Stati Ue interessanti ai prestiti del programma Safe dovranno fare richiesta entro sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento (che dovrà essere approvato soltanto dal Consiglio Ue e non dall’Europarlamento) e dovranno presentare alla Commissione un “Piano d’investimento per l’Industria e la Difesa europee”. I pagamenti saranno effettuati in una o più rate entro il 2030, ma sarà possibile avere un pre-finanziamento del 15%. Le merci acquistate tramite appalti congiunti potranno godere di un’esenzione temporanea dell’Iva.











