di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 2 febbraio 2020
La giustizia non belligerante, la giustizia del percorso, che chiede impegno e propone nuove strade. La giustizia che aspettavamo, dopo tanti anni di immersione nei mali e nell'impotenza del carcere. Ora, dopo aver incontrato e accolto circa una settantina di persone "messe alla prova", siamo probabilmente in grado di formulare alcune riflessioni.
La prima riguarda la precisione delle parole: si tratta di persone imputate - non condannate - come troppo spesso scrivono o dicono con un po' di faciloneria i colleghi giornalisti. È chiaro che si tratta di due concetti e due situazioni molto differenti. Questo istituto, introdotto nel diritto penale adulto nel 2014, si definisce esattamente come "sospensione del procedimento con messa alla prova", quindi evita sia il processo che l'eventuale condanna.
È una opportunità non da poco per chi ha commesso reati la cui pena edittale non può superare i quattro anni di detenzione. Ed è così che abbiamo incontrato e tuttora accogliamo nel progetto della nostra associazione "Verso Itaca" persone che hanno spacciato, coltivato, rubato, guidato in stato di ebrezza... Persone per lo più molto giovani, in larghissima maggioranza uomini. Italiani e non.
Insieme scriviamo con quel metodo autobiografico - semplice solo in apparenza - che a volte ci regala squarci di verità, a volte spunti di riflessione e discussione, altre volte imprevedibili silenzi. Si scava, si lavora su se stessi insieme ad altri, con una certa fatica, spesso una iniziale sorpresa e qualche diffidenza. Talvolta qualche lacrima ma anche risate liberatorie.
La direzione del cammino è la consapevolezza rispetto a ciò che si è fatto; al danno recato a se stessi, alle persone care e alla comunità. E a quanto di peggio sarebbe potuto accadere. In particolare per le tante - purtroppo - guide in stato di ebrezza con incidenti fortunatamente non gravi. Che se va tutto bene sono una "cretinata", altrimenti si chiamano "tragedie della strada". E in mezzo? Che nome possiamo dare a un comportamento tanto irresponsabile quanto pericoloso? Oltre ai soliti, triti ritornelli che "poi capita a tutti una volta di bere un po' di più" o "lo Stato è complice perché permette il consumo di alcol..." e un'infinità di altre fesserie che ormai mi escono dalla testa.
Che altro possiamo dire, quali vocaboli usare per dare peso e senso a queste messe alla prova? Parole scritte, confronti in piccoli gruppi o tutti insieme e spesso, col tempo, qualcosa si muove. Una grande fatica, un investimento di energie davvero notevole, un carico importante per una piccola associazione come la nostra. Composta prevalentemente da volontari che mettono in gioco precise e certificate competenze professionali.
Un gruppo di cittadini che sostiene una parte significativa dell'amministrazione della giustizia penale. Giudici piuttosto sbrigativi e Uffici Distrettuali di Esecuzione Penale Esterna oberati di lavoro affidano al volontariato la gestione di uno strumento delicato ma ad alto potenziale come la MAP, confidando nella capacità di gestirlo e anche di riempirlo di contenuti. Questione evidentemente non semplice!
L'idea è che la persona imputata si impegni in un "lavoro di pubblica utilità" a titolo di risarcimento del danno provocato dalla commissione del reato; la nostra associazione, invece, ha messo in atto un significativo ribaltamento tale per cui un gruppo di volontari si mette a disposizione della persona imputata per accompagnarla in un percorso di riflessione e di presa di coscienza. Un impegno di "pubblica utilità" in linea con l'articolo 27 della Costituzione? Credo proprio di sì.










