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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 17 settembre 2025

Da almeno una quindicina d’anni, ma con accelerazione estrema a partire dal Covid, si è sempre più diffusa una modalità di confronto, anzi in realtà di conflitto sempre meno latente, che non ammette il riconoscimento reciproco delle parti in causa. Forse, più che di esagerazione calcolata a freddo, si tratta di riflesso condizionato: quando si parla di violenza politica, in Italia, è obbligatorio evocare gli anni 70. Così il ministro Ciriani se ne esce come se nulla fosse con le Brigate rosse, riferendosi peraltro alle parole di un parlamentare neppure di sinistra ma di Italia Viva, moderato e centrista. Così il collega Tajani chiama in causa la campagna martellante contro il commissario Calabresi, poi ucciso in uno dei primi attentati non indiscriminati degli anni di piombo.

In realtà persino a loro, o almeno a Tajani, deve essere chiaro quanto il paragone sia infondato. È lo stesso ministro degli Esteri, infatti, a mettere le mani avanti chiarendo che le campagne d’odio possono armare la mano anche di picchiatelli apolitici, disadattati in cerca di una vittima purchessia, squilibrati senza ideologie o colore politico.

La precisazione era indispensabile. Tajani, che non è nato ieri, sa perfettamente che a insanguinare gli anni ‘ 70 furono organizzazioni che si consideravano a tutti gli effetti politiche e che con la violenza, armata o meno, intendevano fare politica. Di organizzazioni simili nell’Italia di oggi non ce ne sono e del resto anche allora non erano sorte dal nulla o dalle allucinazioni di alcuni: erano comunque il frutto di una fase tumultuosa e spesso traumatica, di un Movimento e probabilmente del più imponente e longevo in Occidente dal dopoguerra in poi. Ma certo, se discorsi politicamente troppo fiammeggianti possono spingere a imbracciare il fucile anche psicolabili privi di qualsiasi obiettivo politico tutto diventa effettivamente possibile. Solo che, messe così le cose che così sembrano essere effettivamente messe negli Usa delle frequenti stragi insensate, anche un eventuale e per la verità improbabile colpo di freni sui toni dello scontro politico servirebbe a ben poco. I disturbati in questione prenderebbero di mira altri obiettivi con esiti non meno letali, come appunto capita spesso nel Paese della Libertà e delle armi libere.

Il problema è che il riferimento indebito agli anni 70 rischia di fuorviare o peggio di nascondere un rischio reale che invece c’è e che deriva dalla realtà di questi anni e da quella, sideralmente distante, di mezzo secolo fa. Da almeno una quindicina d’anni, ma con accelerazione estrema a partire dal Covid, si è sempre più diffusa una modalità di confronto, anzi in realtà di conflitto sempre meno latente, che non permette mediazioni perché non ammette il riconoscimento reciproco delle parti in causa. Non si confrontano opzioni diverse su singoli elementi o anche in generale ma visioni del mondo incompatibili, tanto pervasive da spuntare in ogni singola e specifica questione, ciascuna delle quali ritiene di essere ‘il bene’ contrapposto al ‘male’.

Il linguaggio della comunicazione politica e della propaganda che prende di mira gli avversari o il singolo avversario demonizzandolo è conseguenza, in sé neppure troppo rilevante, di un’abitudine ormai invalsa di considerare lo scontro e il conflitto politico come guerre di religione. Se gli Usa, come viene spesso ripetuto, sono davvero in una pericolosissima situazione di guerra civile latente è proprio perché è venuto meno il collante che permetteva anche nei conflitti più cruenti di riconoscere nell’altro almeno alcuni elementi comuni e non solo un’alterità totalmente antagonista.Più che invocare una peraltro molto improbabile attenuazione dei toni, leader politici e commentatori dovrebbero affrontare il vero nodo, appunto la capacità di riconoscere anche nelle opinioni più distanti qualcosa in comune, fosse pure solo la piena libertà di esprimerle. Da questo punto di vista il caso Kirk è esemplare. La destra accusa la sinistra di fomentare la violenza “diffondendo odio”, cioè delegittimando la libera espressione di opinioni anche estreme ma comunque lecite. La sinistra risponde esattamente allo stesso modo, cercando di ritorcere l’accusa: a “diffondere odio” cioè a essere illegittimi, sono in realtà i discorsi della destra.

È probabile che a edificare questo clima mefitico non sia stata la politica. I social, che come mezzo di comunicazione di massa spingono in quel senso e che nella tradizionale distinzione di Marshall Mc Luhan tra ‘media freddi’ e ‘media caldi’ sono incandescenti. Il declino della democrazia sostanziale e dunque di un agire politico fondato sulla ricerca della mediazione. La crescente frustrazione dei singoli per una realtà che si presenta come insoddisfacente ma anche del tutto impermeabile. Non è affatto detto che questo clima di guerra di religione latente sbocchi realmente in grandi scoppi di violenza. Ma da ogni punto di vista basta a fare danni enormi.