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di Barbara L. Boschetti*

Avvenire, 29 giugno 2025

Il futuro prossimo delle politiche pubbliche è condiviso. Ha bisogno, cioè, di strumenti e luoghi (anche virtuali) di condivisione; di strumenti e luoghi per la messa in comune di idee, punti di vista, pratiche, saperi. Proprio questa forma di condivisione - ad un tempo, progettuale, esperienziale e sapienziale - è, infatti, capace di dare vita ad una intelligenza e innovazione sociale che è essenziale per il design delle politiche pubbliche del prossimo futuro. Una forma di made in Italy in cui le comunità e gli ecosistemi urbani, con tutti i loro attori, si mettono in gioco per il bene comune.

Una condivisione profondamente civica, capace di sfidare la partecipazione democratica ben oltre quella, più tradizionale, della legittimazione del potere, tanto politico-istituzionale, quanto amministrativo. La buona salute delle democrazie deve oggi essere misurata, infatti, anche sul piano dell’intelligenza e della innovazione sociale. Questi strumenti e luoghi di intelligenza e innovazione sociale sono una delle novità più interessanti di questo tempo, nonostante il, e forse a motivo del, dominio dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione tecnologica. Per rappresentarne l’importanza e la portata basteranno pochi esempi. Il primo viene dall’Unione europea e va sotto il nome di Conferenza per il futuro dell’Europa (Conference for the future of Europe, Cofoe): si tratta di un vero e proprio esperimento di design politico distribuito, durato oltre un anno, sul futuro dell’Unione europea e delle politiche pubbliche europee, che, guarda caso, porta il nome di conferenza, a indicarne la sostanza dialogica, di messa in comune di idee, punti di vista e saperi.

Un esperimento che potrebbe dare vita a una nuova ingegneria democratico-istituzionale, capace di dare voce e ascolto complementare ai tradizionali percorsi di partecipazione democratica. Una esperienza simile è quella tentata a livello internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite e che va sotto il nome di Summit on the Future: anche qui una modalità innovativa di dare vita ad una intelligenza e ad una innovazione su larga scala, mettendo a confronto diversi attori - istituzionali e sociali, profit e non profit. Il tema è, ancora una volta, il design del futuro, del futuro delle politiche pubbliche. Venendo più vicino a noi, e proprio guardando all’esperienza italiana, l’esempio obbligato è senz’altro quello della c.d. amministrazione condivisa.

Sotto questa etichetta fortunata - nata dalla prassi vivifica delle comunità, dei territori, degli ecosistemi urbani, ma fatta propria dal legislatore (il riferimento principale è l’art. 55 del Codice del Terzo Settore) - confluiscono L’amministrazione condivisa è un laboratorio di innovazione un largo spettro di strumenti e di luoghi condivisi, pensati, cioè, per il design e l’attuazione concreta delle politiche pubbliche in modalità condivisa. È proprio questo il valore aggiunto e tratto distintivo dell’amministrazione condivisa (come bene emerge dall’analisi sul campo: si veda, B. Boschetti (a cura di), Verso un laboratorio dell’amministrazione condivisa.

Primi risultati di una ricerca multidisciplinare, Quaderni Terzjus, Giappichelli Editore, 2024). Un punto di svolta epocale perché porta - ad un tempo - le politiche pubbliche fuori da una logica meramente performativa (e di costo pubblico) e l’interesse generale fuori dall’area di esclusiva pertinenza della pubblica amministrazione. Un punto di svolta che oggi, proprio grazie al Codice del Terzo Settore e all’intervento coraggioso della Corte costituzionale (tra tutte, la sentenza n. 131/2020) riguarda, in modo ordinario, tutti gli ambiti di politica pubblica in cui il Terzo Settore opera (la lista di ambiti, già lunghissima, è in continua espansione): ad esempio, sanità, lotta ai cambiamenti climatici, promozione dei fattori ESG e della cultura digitale.

L’amministrazione condivisa, per esprimersi nella pienezza del suo potenziale, ha bisogno di strumenti e luoghi. Strumenti come la co-programmazione, la co-progettazione, l’accreditamento, le convenzioni, le partnership pubblico-privato (che possono prendere la forma negoziale di una concessione o quella organizzativa di una società consortile), attraverso cui dare vita a sinergie concrete tra diversi attori del territorio alle diverse scale in cui le politiche pubbliche prendono forma, aprendo ad un bisogno di nuove soluzioni (ad esempio, per valutazione di impatto o per la fattibilità economico-finanziaria), ma anche di nuovi saperi (ad esempio, capacità progettuali, di facilitazione dei processi di design comunitario, di selezione e replicabilità delle buone pratiche), di nuovi modelli organizzativi e, certamente, di un vero e proprio cambiamento culturale in tutti gli attori coinvolti (per un approfondimento sia consentito rinviare a B. Boschetti, a cura di, L’amministrazione condivisa come laboratorio di innovazione. Appunti e indicazioni per il futuro prossimo delle politiche pubbliche, Quaderni Terzjus, 2025, disponibile on-line).

L’amministrazione condivisa richiede, inoltre, anche luoghi: luoghi, o, meglio, contesti spazio-temporali, per la messa in condivisione di idee, punti di vista, soluzioni, capitale umano e finanziario, infrastrutture informative, organizzative e digitali, sapere e saperi. Il diritto, dando forma ai procedimenti e processi decisionali, plasma molti di questi luoghi, di questi spazi/temporali. È interessante notare, però, che proprio la logica della condivisione sollecita la creazione di sempre nuovi luoghi condivisi: tavoli permanenti (come nell’esperienza di Brescia e ora nella legislazione di molte regioni italiane), iter informali di confronto tra i diversi attori (che scorrono in parallelo ai procedimenti amministrativi), piattaforme digitali di condivisione di esperienze di amministrazione condivisa (come previsto dalla legislazione umbra), infrastrutture per la regia delle esperienze di amministrazione condivisa, hub digitali per la condivisione di sapere e saperi.

L’amministrazione condivisa è, insomma, un vero e proprio laboratorio di innovazione sociale corale, dal quale nulla e nessuno può essere lasciato fuori, tantomeno gli attori del mondo profit. *Professore Ordinario di Diritto amministrativo presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore