di Francesca Tricarico e Maria Corbi De Feo
La Stampa, 16 maggio 2022
Cara Maria, vorrei condividere con te un sogno che si avvera dopo nove anni. Finalmente con la mia compagnia di attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione, di cui sono la regista, il 18 maggio fuori dalle mura carcerarie porteremo in scena Ramona e Giulietta, per la nostra prima serale romana presso lo Spazio Rossellini.
Più che uno spettacolo, una spremuta di vita che abbiamo scritto e allestito nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia con le stesse attrici, allora recluse, che oggi lo interpretano all’esterno complice la pandemia. Sì, la pandemia, un momento complesso per tutti e ancor di più per gli istituti penitenziari che hanno dovuto interrompere per mesi le attività, per noi è stata un’occasione. Non potendo entrare in carcere per l’emergenza sanitaria, ma continuando a desiderare di portare lontano la voce delle mie donne, ho chiesto al magistrato di sorveglianza la possibilità di lavorare fuori con chi nel mentre era uscita alle misure alternative alla detenzione o in libertà, trasformando questo progetto in un vero percorso di inclusione lavorativa oltre che sociale. Non solo ha accettato, ci ha addirittura dato un permesso per andare in scena fuori Regione.
Ramona e Giulietta è per noi particolarmente importante perché racconta e si interroga sull’affettività negata prima di tutto in carcere ma non solo. È la storia vera dell’amore tra due donne nato in carcere; e dei disordini che questo sentimento ha creato tra le altre detenute nelle sezioni. Il carcere non è mai il paese dei balocchi ma quell’anno lavorare è stato davvero complicato, c’era una rabbia e una violenza tra le ragazze che non avevo mai visto prima. Ho scoperto poco dopo che l’unione civile tra queste due donne, la prima celebrata in Italia in un carcere femminile, aveva diviso le detenute in due fazioni: favorevoli e contrarie.
Così ho deciso di dedicare il laboratorio teatrale proprio alla ricerca dell’origine di questa rabbia e divisione, e non ho potuto non pensare subito a Romeo e Giulietta di Shakespeare. Un unico gruppo di lavoro, contrarie e favorevoli insieme, per riscrivere l’opera adattandola alla nostra storia. Come solo il teatro sa fare, avendo un obiettivo più grande di qualsiasi paura o contrasto, l’andare in scena, sono nati importanti momenti di scambio vero e scrittura in cui le partecipanti al lavoro si sono espresse liberamente.
Insieme siamo arrivate a comprendere che la rabbia nei confronti di chi si ama all’interno del carcere, in realtà, deriva dalla frustrazione della privazione. Chi ha il compagno o la compagna fuori non può viversi la sessualità in carcere come invece avviene negli altri paesi europei, ma prima ancora della sessualità, non si può vivere l’affettività. E che cosa diventa un uomo o una donna quando viene privato della propria affettività?
La rabbia non derivava dalla disapprovazione dell’altro ma da una mancanza propria. E così ancora una volta il carcere è stato un’occasione importante per riflettere sul fuori, attraverso la lente d’ingrandimento sull’uomo e sulla società che rappresenta. Non è un caso che questo spettacolo sia nato in un periodo in cui all’esterno erano forti e numerose le manifestazioni contro le famiglie arcobaleno, e che nonostante sia stato scritto qualche anno fa in carcere continua a essere attuale. Siamo felici che sia proprio Ramona e Giulietta il nostro primo lavoro in scena fuori le mura carcerarie per portare la nostra voce a un pubblico sempre più ampio e diversificato.
Le mie attrici hanno scelto di continuare questo viaggio, di metterci la faccia, di non negare l’esperienza vissuta, perché abbattere lo stigma sociale legato all’esperienza detentiva, ancor di più quella femminile, è importante anche se a volte doloroso soprattutto nell’incontro con i giovani.
Ma se proviamo vergogna noi per l’esperienza vissuta, come è possibile che la società la accetti? Da questa domanda è nata la decisione di continuare e oggi sta diventando un vero lavoro; dovevamo fare una sola replica che si è trasformata in una tournée, dalla festa del Cinema di Roma, ai teatri alle piazze ma mai in una serale. Questa sarà la nostra prima replica serale fuori dal carcere per chiederci insieme agli spettatori cosa diventa una donna o un uomo se privato dell’affettività?
Risponde Maria Corbi De Feo
Grazie Francesca di questa tua bella lettera. E il 18 maggio sarò allo Spazio Rossellini di Roma per vedere il vostro lavoro. Il carcere è un tema che mi coinvolge molto. Perché la “cattività” di una persona è uno stato innaturale che porta solo male. A tutti non solo a chi deve scontare la pena. La nostra Costituzione, articolo 27, dice chiaro e tondo che la pena deve tendere ala rieducazione, all’inserimento nella società.
Quindi il carcere dovrebbe essere un’esperienza “positiva” da cui uscire migliori. Ma nelle nostre carceri, anche se non in tutte, le condizioni di vita sono inumane. Non solo per gli spazi, il sovraffollamento, ma anche per le dinamiche negative che si instaurano quando si è privati della libertà personale, e anche della dignità e della affettività. L’alto tasso di recidiva in cui incappano gli ex detenuti, superiore spesso al 70%, dimostra che le sbarre riescono solo a perseguire e non a rieducare. Un uomo allontanato dalla socialità e privato dell’affettività perde il valore della sua vita. E diventerà probabilmente peggiore. Oggi tira un vento che non mi piace per niente. Sempre più persone pronunciano la frase: “metterli dentro e buttare la chiave”. In spregio alle garanzie ma anche all’umanità. La voglia di vendetta, di punizione, supera non solo la capacità di perdono (strano in un paese cattolico!) e l’umanità ma anche il buon senso. Sarà una banalità ma più che le sbarre è l’amore a cambiare le persone.










