di Luca Muleo
Corriere di Bologna, 28 luglio 2022
Lo psicologo: la violenza diventa una modalità di relazione. I social, la pandemia, gli elementi di disgregazione, sempre più difficili da contrastare, del senso di comunità da ritrovare. Elementi che isolano i ragazzi e praticano loro “l’anestesia delle emozioni”. Anche se “non conosco il caso specifico, sul contesto possiamo fare molte riflessioni”.
Gabriele Raimondi è il presidente dell’ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna. “Siamo di fronte a un tema importante, centrale. La violenza come modalità di relazione con l’altro. Violenza tra i giovani, violenza di genere. In tutto questo una cosa positiva mi ha colpito”.
Quale?
“Il commento dignitoso del padre di Chiara alla sentenza. Dice di aver comunque ottenuto giustizia, e in questo modo ci ricorda il fatto di essere una comunità capace di utilizzare gli strumenti corretti, magari migliorabili come vuole fare la famiglia, per affrontare anche queste situazioni tragiche come questa. Poi c’è un altro aspetto, è importante non colpevolizzare la rete famigliare del ragazzo, che sia pure in modo totalmente diverso, vive in ogni caso un dramma. Vale come messaggio generale, si rischia che le persone non si rivolgano più alla comunità nel timore di essere giudicate”.
L’ultima perizia ricostruisce nella rabbia la possibile radice della violenza di un 16enne, cosa dobbiamo chiederci?
“Dobbiamo sentire la necessità di ricostruire i legami sociali, l’attenzione all’altro, non farlo sentire solo il prossimo. Riscoprire quel senso di collaborazione in grado di farci avvertire l’altro come un osservatore pronto a sostenerci e non a giudicarci”.
C’è un’emergenza giovanile...
“Perché questo aspetto manca di più e viene mediato dal ricorso ai social, dove però spesso si estremizzano le posizioni. Così manca l’abitudine quotidiana alla relazione, viene meno la consapevo lezza della presenza di una comunità protettiva”.
Nelle perizie si parla di freddezza, distacco. C’è chi lo ha raccontato lontano anche in aula...
“C’è un tema legato ancora al web. Parlo fuori dal caso specifico: si fa fatica a vivere le emozioni, lo schermo mette distanza. I ragazzi perdono il contatto con le emozioni forti, condividono l’immagine, l’esperienza, ma non entrano nel vissuto emotivo di questa. Perciò faticano a mettersi in contatto con le proprie emozioni e a gestirle, la definisco un’anestesia emotiva. Certo non posso dire se sia questo il caso”.
Sedici anni da scontare in carcere per un ragazzo di 17, il recupero è possibile?
“È soggettivo. Il nostro necessario obiettivo deve essere un pena capace di renderlo consapevole delle motivazioni che l’hanno spinto a un gesto così estremo. Tutto il sistema dovrà aiutarlo, vale in generale. Una situazione del genere non si supera, ma la si può utilizzare per crescere e restituire alla società una persona migliore. È questo a cui si deve puntare. A volte si riesce altre no”.









