di Guido Caldiron
Il Manifesto, 17 febbraio 2026
Rabbia, risentimento, solitudine. Traiettorie segnate da un mal di vivere che tende a trasformarsi in un sentimento cupo che proietta la propria ombra di rancore su tutto e tutti. C’è più di una generazione a dividerli, eppure è nel segno di questa oscurità al tempo stesso dolorosa e molesta che si incontrano i protagonisti di “Qualcuno da odiare” (Guanda, pp. 250, euro 19), il romanzo con cui Ilaria Rossetti affronta un tema ricorrente nella storia del Paese, eppure scarsamente trattato dalla narrativa: quello dell’eredità del fascismo e del riapparire di gruppi che a tale lascito si rifanno.
Abele è prossimo a compiere cento anni, Ludovica non supera i trenta. Il primo ha preso parte all’impresa coloniale fascista in Etiopia, dove ha combattuto quando non aveva che diciotto anni e non ha mai smesso di fantasticare su quella stagione di avventura e conquista, su quel destino di dominio e benessere che il regime aveva annunciato per gli italiani nelle terre d’Africa, una variante esotica del lebensraum che il Terzo Reich evocava per la colonizzazione dell’Europa orientale. Anche un giovane fornaio della provincia romagnola, qual era Abele, poteva coltivare il proprio sogno di prosperità in tale vasto disegno. E a far pensare che si sarebbe potuto realizzare, c’era il fatto che il giovane soldato potesse già disporre delle vite e dei corpi degli “abissini”. Così che la nostalgia di Abele per quella stagione tramontata con la sconfitta del 1945 appare un tragico impasto di violenza, sangue, potere: le donne violate, i loro figli, anche bambini, uccisi brutalmente.
Dopo una tale ubriacatura di orrore, l’uomo farà fatica a riprendere una vita normale nell’Italia che si prepara al boom economico: l’arrivo dei supermercati nel borgo in cui vive cancellerà per sempre l’idea di espandere il forno di famiglia e accedere ad una vita agiata e degna di ammirazione. Il reduce che aveva potere di vita e di morte sui “neri” si trasforma in un fantasma che serve i clienti dietro al bancone di un grande magazzino. Dell’”uomo” che è stato resta solo la violenza, la rabbia, l’odio, la “divisa” di un fallimento che si è fatto rancore.
Quanto a Ludovica, ha coltivato il proprio, di risentimento, in modo innocente: collezionando una serie di lavori precari, di stage non retribuiti, di impieghi che in modo neanche troppo sofisticato celano lo sfruttamento. Dopo anni di studi, la laurea, i sacrifici lei sente che la sua vita gira a vuoto, è priva della possibilità di immaginare un futuro, di costruire qualcosa che sia tutto suo, isolata, sola, senza fiato. Così molla tutto e si rifugia in una cittadina della costa, la stessa dove vive Abele, forse con l’idea di cercare un nuovo inizio, o soltanto per fuggire dal mondo delle attese deluse che le facevano da cornice nella casa di famiglia.
Tra i tanti pregi del romanzo di Ilaria Rossetti c’è quello di cogliere l’umore di fondo che sembra concedere nuova attualità alle idee di odio del passato: la ricerca di qualcuno a cui far pagare il proprio malessere. Una chiave che in questo caso racconta il modo in cui il passato si incunea nel presente, ma che più in generale ci induce a riflettere su cosa ci si possa attendere dal futuro in un mondo sempre più incerto.
L’incontro tra i due personaggi, la somma della rabbia che ciascuno coltiva dentro di sé, dei sogni infranti che entrambi non smettono di accarezzare, avverrà grazie a un gruppo neofascista, “Idea sociale”, che assiste gli italiani rimasti indietro, sostenendone l’accesso alle case popolari a scapito degli immigrati e raccogliendo alimenti e beni di consumo.
Per Ludovica, che di politica non si è mai interessata, il gruppo diverrà una sorta di nuova comunità in cui sentirsi accolta, accettata e capita. Per Abele, non solo la via per ottenere quell’assistenza quotidiana di cui ormai necessita, ma anche un pubblico che ascolta estasiato i ricordi con cui l’”Africano” fa rivivere i fasti dell’Impero fascista. Se per Ludovica l’apprendistato a questo nuovo fascismo che parla di temi veri, la casa, il carovita, il lavoro, rivendicando però “l’Italia agli italiani” e per questa via il diritto a “un nemico”, ha la forma del calore ritrovato di una comunità, per Abele il discorso è diverso. Al presente, lui preferiva quel tempo passato, “e adesso che il suo sogno è morto una volta per tutte lo deve seppellire da qualche parte perché non vada in putrescenza. E la tomba del suo sogno è scolpita nella sua rabbia”.
Anche senza scomodare le letture che da Wilhelm Reich a Erich Fromm hanno legato lo sviluppo dei fascismi alla “somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio”, appare evidente come tra i tanti pregi del romanzo di Ilaria Rossetti ci sia quello di cogliere l’umore di fondo che sembra concedere nuova attualità alle idee di odio del passato: la ricerca di qualcuno a cui far pagare il proprio malessere. Una chiave che in questo caso racconta il modo in cui il passato si incunea nel presente, ma che più in generale ci induce a riflettere su cosa ci si possa attendere dal futuro in un mondo sempre più incerto. Del resto, quando, alla fine degli anni 80 la giornalista Anne Tristan volle documentare il modo in cui il Front National stava mettendo radici nella società francese, ne parlò in questi termini: “Il Front è come un albergo dove chiunque entra con la propria rivolta, il proprio rancore, la propria rabbia. Un risentimento che, aizzato da militanti esperti, si trasforma in un vero mare di odio”.









