di Mario Di Vito
Il Manifesto, 7 maggio 2025
Il segretario di Mi Galoppi attacca la giunta. Il presidente Parodi in difficoltà. Lo stupore degli altri gruppi: così si rompe l’unità contro la riforma Nordio. Che la destra togata soffra moltissimo il clima teso che si è instaurato tra il governo e l’Associazione nazionale magistrati è cosa nota. Da ieri, però, questo disagio non è più confinato alle chiacchiere di corridoio e alle mezze parole, perché il segretario di Magistratura indipendente, con un’intervista al Giornale, è finalmente riuscito a trovare le parole giuste per definire la sua posizione. Che per molti versi è sovrapponibile a quella dell’esecutivo. Dice Galoppi, infatti, che l’Anm si è ormai trasformato “in un soggetto politico di opposizione” incapace di “instaurare un dialogo” con un governo che aveva la riforma della separazione delle carriere nel suo programma elettorale.
E di chi sarebbe la colpa della mancata trattativa? Non dell’attuale presidente dell’Anm, Cesare Parodi, anche lui di Mi, certo. Casomai dell’attuale segretario Rocco Maruotti (Area democratica per la giustizia, il centrosinistra giudiziario), che “farebbe bene a specificare se parla a titolo personale”. E della giunta precedente guidata da Giuseppe Santalucia (Area), i cui danni sarebbero “ormai irreparabili” perché “la partita è persa” e “la riforma verrà approvata”. Piccolo particolare: la giunta Santalucia era, come quella attuale, unitaria, e il segretario era Salvatore Casciaro, iscritto a Mi. L’affondo di Galoppi, dunque, sembra rivolta anche agli esponenti della sua stessa corrente e la faccenda viene vissuta con sentimenti a metà tra il divertito e l’imbarazzato dagli altri gruppi. Di commenti ufficiali ce ne sono pochissimi. Il segretario di Area Giovanni Zaccaro si limita a poche parole: “Mi spiace che il presidente di Magistratura indipendente, in un momento in cui la unità associativa è un bene prezioso, denigri figure come Santalucia e Maruotti che tanto bene hanno fatto e fanno”. Off the records, in compenso, si parla parecchio. C’è chi esprime solidarietà verso i colleghi attaccati dal proprio segretario. C’è chi pensa che il segretario di Mi stia cercando di scaricare sugli altri l’eventuale sconfitta nella campagna contro la riforma di Nordio. C’è chi si domanda se Galoppi, con questa sua uscita, non guardi verso un futuro senza toga addosso. C’è chi fa una valutazione logica e si chiede come potrà reggere ancora l’attuale presidente, sostanzialmente sfiduciato dai suoi vertici.
La presidenza Parodi, del resto, è nata nel segno di una debolezza politica evidente: alle assemblee del comitato direttivo centrale dell’Anm si registrano spesso voci “in dissenso” da parte degli eletti di Mi. E all’incontro di marzo stava quasi per venire giù tutto quando da Area era stata ventilata l’ipotesi di presentare una mozione di fiducia a Parodi: se si fosse votata e fossero arrivati meno consensi rispetto al mese precedente (quando era partita l’avventura della nuova giunta) la crisi sarebbe stata istantanea e le divisioni interne a Mi sarebbero esplose. A un prezzo altissimo, però: la rottura dell’unità della giunta. La sfida della riforma - e il referendum costituzionale che porterà con sé - si può vincere solo a patto che ci sia grande compattezza, altrimenti il banco salta e la destra di governo avrebbe gioco sin troppo facile a dire che almeno una parte della magistratura organizzata è d’accordo a separare le carriere, spaccare in due il Csm e sorteggiarne i membri.
Attualmente le cose però non stanno andando così. L’unità dei giudici formalmente regge ancora: persino Galoppi continua a parlare del piano del governo come “sgangherato”. Anzi, a volerla dire proprio tutta, è tra le forze politiche dell’esecutivo che c’è meno tranquillità di quella di solito ostentata: il “fuorionda” raccolto dal Foglio con il sottosegretario Andrea Delmastro che faceva a pezzi le idee di Nordio è ancora lì a testimoniarlo.











