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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 29 marzo 2025

La lettera delle toghe sulla riforma, che continua a correre tra Camera e Senato. Aspettando il referendum. La richiesta è inconsueta, quasi irrituale. La giunta dell’Anm ha scritto a tutti i presidenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato per programmare al più presto un incontro, con tanto di invito a “esprimere la propria preoccupazione riguardo alle recenti proposte di riforma costituzionale”. Il tema è la separazione delle carriere (e lo sdoppiamento del Csm e il sorteggio dei suoi membri e l’istituzione di un’alta corte disciplinare), con le toghe che avevano già lasciato intendere che le avrebbero provate tutte per fermare i piani del governo. Dopo l’infruttuoso incontro con la premier dell’inizio del mese e dopo quello molto più cordiale al Quirinale con Mattarella di tre giorni fa, l’associazione dei magistrati bussa alle porte delle forze politiche.

Un po’ per aprire un dialogo e un po’ con la speranza che ai prossimi passaggi parlamentari della riforma (il palleggio tra Camera e Senato necessario per ogni cambiamento di natura costituzionale finirà non prima del prossimo autunno o forse ancora più in là) ci sia un dibattito più corposo rispetto a quanto avvenuto sin qui.

Cioè il nulla: quando a gennaio la Camera ha dato il suo primo ok, infatti, la discussione è stata una pura formalità. Il testo era blindato, le opposizioni si sono limitate a qualche intervento di prammatica e la maggioranza ha portato a casa il risultato senza particolari patemi d’animo. I rapporti di forza, del resto, sono quelli che sono e la strada resta strettissima. Anche mercoledì scorso, quando è stato a Montecitorio per fronteggiare la mozione di sfiducia contro di lui, Nordio ha ribadito che sulla riforma il governo andrà avanti come un treno, “e più saranno duri gli attacchi, più noi saremo determinati”.

Enfasi a parte, non c’è motivo di dubitare che le cose andranno esattamente così come annunciato dal ministro. E però qualche crepa, a destra, c’è e si vede. La confessione fatta dal sottosegretario Andrea Delmastro al Foglio (Testuale: “L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio del Csm”) segnala che non tutto è calmo e tranquillo come si vuole far credere. Provare a ri-parlamentarizzare il dibattito è un modo per battere su queste crepe e vedere se c’è la possibilità che si allarghino.

O comunque sarà una possibilità per l’Anm di proseguire sulla sua strada di opposizione ai piani del governo in vista del referendum (che verosimilmente arriverà la prossima primavera). Cioè: parlare, parlare, parlare. Il più possibile. Ovunque. Comunque. È convinzione diffusa, tra i magistrati, che la propaganda del governo abbia una certa efficacia in termini di comunicazione e l’obiettivo è provare a pareggiarla, o quantomeno a restringere il gap. “Riteniamo - si legge nella lettera inviata dalle toghe ai gruppi parlamentari - che sia di fondamentale importanza instaurare un dialogo costruttivo tra le istituzioni e la magistratura per garantire che il dibattito nel paese sulla riforma della giustizia avvenga in modo pacato, equilibrato e argomentato, così come riteniamo importante contribuire con le conoscenze proprie degli operatori del diritto a migliorare effettivamente il servizio reso ai cittadini”.

La mossa, insomma, è parte di un percorso: quando l’iter parlamentare sarà concluso, prenderà il volo il già annunciato “comitato per il no” e lì la partita diventerà seria. Per le toghe, certo, ma anche per il governo: un referendum costituzionale può facilmente diventare un quesito di gradimento sull’esecutivo. E a quel punto il tema non conta più di tanto perché l’unica cosa importante è avere il cinquanta percento più uno dei voti. E sono tanti.