di Marina Castellaneta
Il Manifesto, 26 giugno 2025
Ottanta anni fa, il 26 giugno 1945, a San Francisco veniva firmata la Carta delle Nazioni Unite. Oggi, nelle celebrazioni, l’organismo s’interroga sul proprio incerto futuro. Allora gli Stati guardavano uniti alla pace temendo un nuovo conflitto mondiale. Ora il solo 2024 ha visto 120 guerre: con diritti umani violati e catastrofi umanitarie. Canto del cigno, lenta agonia o occasione per rialzarsi dai fallimenti che hanno visto le Nazioni Unite affrontare, negli ultimi tre anni, la più grave crisi di credibilità della propria storia?
In occasione dell’ottantesimo anniversario della firma della Carta delle Nazioni, avvenuta a San Francisco il 26 giugno 1945, l’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite) si interroga sul proprio futuro. La Conferenza di San Francisco a cui parteciparono 50 Stati (oggi sono membri dell’Onu 193 Stati) era la realizzazione di un sogno basato sul valore della pace e della tutela della dignità dell’uomo espresse poi nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.
A quel tempo, gli Stati guardavano al futuro e alla pace, con ideali da far valere, uniti per impedire che un nuovo conflitto mondiale potesse travolgere l’Europa e il mondo. Questo risultato, almeno formalmente e per ora, è stato raggiunto, ma i conflitti in corso nel 2024 hanno toccato il numero più alto di sempre: nel rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, adottato il 15 maggio, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha evidenziato che sono stati ben 120 i conflitti, con catastrofi umanitarie e palesi violazioni del diritto internazionale umanitario che hanno causato “un immenso tributo umano”. È il caso della Striscia di Gaza che appare, allo stato, la più grave per il numero di civili colpiti. E proprio in questo disastro umanitario, l’Onu ha mostrato la sua incapacità nel prevenire e impedire il genocidio.
Oggi, si cerca una rinascita. Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha lanciato, per celebrare l’anniversario, l’iniziativa “UN80” con la quale punta a rilanciare l’Onu partendo dallo snellimento delle strutture, dal superamento di frammentazioni e duplicati di uffici e agenzie, concentrandosi su riforme strutturali. Non è ancora tempo, quindi, di un grande futuro dietro le spalle, ma certo sono indispensabili riforme. Al di là della roadmap tracciata dal Segretario generale, due sono i cambiamenti indispensabili: attribuire un ruolo decisionale ai Paesi del sud globale e modificare il sistema di voto del Consiglio di sicurezza che, se ingiusto sin dall’inizio con un potere pressoché incondizionato attribuito ai “big five” (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia), diventa pericoloso se in mano ad autocrati. Un passo è stato fatto perché nel Patto per il futuro adottato nel 2024 (che include il Patto digitale globale e la Dichiarazione sulle generazioni future), per la prima volta dal 1963, gli Stati membri permanenti si sono mostrati d’accordo sulla riforma del Consiglio ed è stato così istituito il gruppo intergovernativo di negoziazione che dovrà discutere anche della proposta francese di impedire l’utilizzo del veto nel caso di massicce violazioni dei diritti umani.
Un dato è certo: l’attuale disordine mondiale mostra anche che non vi sono altri soggetti in grado di attivare un percorso di pace. I singoli Stati possono poco e le altre organizzazioni come l’Unione europea mostrano di non credere ai valori che propugnano (basta guardare all’accordo Ue - Israele che continua a rimanere in vigore malgrado la violazione dell’obbligo di rispettare i diritti umani).
I primi responsabili sono gli Stati forti della comunità internazionale e proprio i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, con la Russia che ha aggredito l’Ucraina e con gli Stati Uniti che hanno bombardato l’Iran in violazione della Carta, fornendo aiuto a uno Stato - Israele - in flagrante violazione dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta che vieta l’uso della forza.
Uno scenario già visto: nel lontano 1981, nel caso del raid israeliano contro un reattore nucleare iracheno, a fronte della giustificazione di Tel Aviv di una nozione ampia di legittima difesa, il Consiglio di sicurezza, nella risoluzione 481 adottata all’unanimità, condannò l’attacco israeliano giudicandolo in aperta violazione della Carta. Oggi il Consiglio di sicurezza è inerte per colpa degli Stati. Questi ultimi si trincerano, per eludere le proprie responsabilità, nell’inefficacia dell’Onu causata proprio dai Governi perché il sistema funziona solo se gli Stati rispettano le regole.
Un’ulteriore prova è il caso del deferimento alla Corte penale internazionale, da parte del Consiglio di sicurezza, della situazione in Libia. Ebbene, malgrado il mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber la Corte penale internazionale, nonostante l’attivazione da parte dello stesso Consiglio di sicurezza, è stata paralizzata dalla mancata cooperazione italiana che non ha arrestato AlMasri, in violazione dello Statuto della Corte e anche della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, poi accusate di non funzionare. Così, proprio nel momento delle celebrazioni è evidente che le sorti dell’Onu sono in mano agli Stati. Con una certezza: è necessario un reale cambiamento di prospettiva e non basta un’operazione di make-up.











