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di Daniela Piana

Il Dubbio, 6 gennaio 2026

A ben guardare i dati, quale sia la società nella quale ci stiamo immergendo - volenti o nolenti - ci appare chiaramente, per tre aspetti: una distribuzione asimmetrica del potere di influenza e di decisione (le due cose essendo diverse); una capacità ineguale di sapere fare fronte alle incertezze del futuro (e quindi anche di potersi concedere la chance di pensarlo, il futuro); una erosione esponenziale (non incrementale) delle modalità moderne di costruire il consenso attraverso le funzioni esercitate da corpi intermedi. In questo scenario le persone sono in una condizione di rischio crescente (esponenziale) diseguaglianza: dinnanzi agli algoritmi, dinnanzi alle piattaforme, dinnanzi alle corporations, dinnanzi alle decisioni prese in un sistema globale il cui multilateralismo è fortemente incrinato, chi ha la capacità di “giocare” alla pari?

Pochi. Sempre di meno. Perché ad ogni giro è un po’ come al gioco dell’oca, se perdi torni all’inizio. E la probabilità di perdere è non solo altissima al primo giro, ma aumenta esponenzialmente a mano a mano che torni all’inizio. Nella discesa ci si fa sempre un po’ male. Fuori di metafora, ancorché di metafore ultimamente abbiamo bisogno come il Postino di Neruda che di metafore necessitava per tirare fuori una poesia che altrimenti restava inespressa, i giochi dove ci sono giocatori asimmetrici, ma non ci sono arbitri e soprattutto non si sono dispositivi imparziali e distanti dai giocatori per potere affermare il primato delle regole su qualsiasi giocatrice e/o giocatore, in epoche di crescente diseguaglianza, diventano giochi a somma difficilmente positiva.

I beni collettivi finiscono per essere piegati, se non consumati. I beni pubblici poi diventano rivali, perché se gli accessi sono aperti a “n più uno” persone, di fatto quelle “n” già non sono tutte egualmente capaci di accedere ai beni pubblici, e la persona “più uno”, di qualsiasi status economico sociale culturale possa essere, potrebbe essere vista, per un effetto di distorsione ottica, dalle “n” come una causa di deprivazione relativa, visto che l’accesso è in linea di principio infinito e in linea di fatto finitissimo. Possiamo dare colori specifici a queste riflessioni? Possiamo dotarle di vita reale? Sì, possiamo. Basta guardarsi attorno.

Nel contenzioso, fra parti litiganti di cui una è una corporation e l’altra un consumatore. Nelle relazioni di genere di cui una parte è guardata dal sistema come free rider se semplicemente rivendica il diritto a una autonomia di determinazione di sé stessa - il femminile non è casuale. Nelle interazioni fra pubbliche amministrazioni e persone diversamente abili, dove la parola “diversamente” finisce per diventare “diversamente rese capaci di interfacciarsi” con servizi così standardizzati da diventare iniqui. Nelle convivenze fra generazioni e nuove tecnologie, dove le più giovani sono nella difficoltà a gestire la vita esperienziale rispetto alla quale i social network non le formano, e le meno giovani sono nella difficoltà perché non sanno come lasciare una fiaccola di saperi densi - ma necessitanti di una declinazione attualizzata - a chi verrà. Nelle imprese che dovendo partecipare di un mercato che è difficilmente leggibile nei suoi flussi di asset finiscono per rifuggire l’innovazione e il rischio a fronte della mancanza di regole certe nel lungo periodo.

Nell’anno che verrà la grande emergenza sarà la diseguaglianza. Abbiamo dei rimedi? Sì. Ne abbiamo uno. Si chiama Stato di diritto o, meglio espresso, si chiama primato delle regole. Detta così appare come uno slogan. Invece è una architettura istituzionale. Quali sono i suoi architravi? Ve ne sono tre. Il primo. Istituzioni capaci di distanziamento dalle parti, anche quelle più forti, anzi, soprattutto quelle più forti. Imparziali. Terze. Il secondo architrave: metodi di aperta condivisione della conoscenza. Senza infingimenti. Senza scorciatoie. Senza false promesse di verità certe. La ricerca scientifica si costruisce nell’umile certezza che è sempre in divenire. Come la vita. Il terzo architrave: l’autonomia delle persone. Belle parole? No. L’autonomia delle persone significa partire da queste. Sempre. Ad esempio, quando si prospetta di cambiare le regole del gioco. La prima cosa che si otterrà cambiando senza prevedibilità né certezza, è quella di disorientare i giocatori. Figuriamoci quelli meno forti. Smetteranno di giocare. Invece noi abbiamo bisogno di un 2026 pieno di iniziative, di coraggio, di visione, di solidale e rispettosa partecipazione. Sapendo che quando si sarà deboli e fragili ci sarà una istituzione che avrà la forza di stare sui suoi piedi, distante da tutti, e quindi capace di farci sentire e di trattarci da pari a tutti, anche (e soprattutto) ai più forti.