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di Antonio Nastasio*

bergamonews.it, 1 gennaio 2023

Il compito della politica dovrebbe essere quello di “liberare il carcere” da condannati o da persone in attesa di giudizio, che di carcere non hanno bisogno, mentre per altri che ne hanno bisogno, mancano i posti letto; il carcere non può essere la casa per e dei poveri, occorre diminuirne e differenziarne l’utenza, cosa che forse potrebbero evitare i parecchi suicidi dei detenuti.

Non che gli anni precedenti siano stati “mirabili”, ma il 2022 si chiude con tutta una serie di risultati disastrosi per la politica detentiva, anche a fronte di una continua informazione su ciò che avviene in carcere, tra sovraffollamento, suicidi di detenuti ed agenti, e fughe rocambolesche.

Ma si sa che nella mentalità generale, chi viene condannato ad una pena di reclusione è chiaramente considerato un “individuo cattivo” da punire nel peggiore dei modi, in barba al dettame costituzionale che ci chiama a ricordarci che dietro un carcerato c’è una persona che va rispettata in quanto tale.

All’orizzonte del 2023, con una Legge di Bilancio in discussione, si prevede che il Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per il conseguimento di risparmi di spesa dovrà ridurre i costi di circa 36 milioni nel giro di tre anni. Questo taglio avverrà attraverso la riorganizzazione e l’efficientamento dei servizi degli istituti penitenziari, in particolare con la ripianificazione dei posti di servizio e la razionalizzazione del personale.

Tuttavia si tratta di tagli di bassissimo valore rispetto alla spesa complessiva del comparto Giustizia, anche se i tagli più preoccupanti riguardano il carcere con la razionalizzazione del personale di polizia penitenziaria. Mi auguro che questa privazione di risorse possa diventare stimolo per il nuovo e il buono, anche se a dire il vero, non si riesce a capire come si ricavi l’ammontare di queste cifre, perché secondo i dati ministeriali, la pianta organica della polizia penitenziaria dovrebbe essere ora composta da 41.595 unità, che nel 2021 erano 36.653.

Ma se uno dei primi atti del Guardasigilli è stato quello di esprimere il disappunto su come si attua la detenzione, lontana dall’ essere portatrice di valori più alti, quali l’umanità e la rieducazione, c’è da augurarsi che il senso politico della bozza di Legge, con taglio alle risorse, faccia pensare che esiste un progetto di come si vuole punire, alternativo al carcere.

Parlare di carcere inoltre, vuol dire parlare anche di chi ci lavora e della Polizia Penitenziaria: un ampliamento dell’organico di Polizia Penitenziaria non può considerare solo un maggior numero di personale, specie se assegnato al servizio custodiale, ma che questo comporti un diminuito impegno lavorativo e magari di qualità, un minore stress e meno suicidi in divisa.

L’elemento saliente di questa nuova immissione di agenti di polizia penitenziaria, dovrebbe seguire una attenta politica strategica che valorizzi gli agenti di custodia nei reparti carcerari, che sappiamo sono invece considerati come posti di lavoro da evitare, perché considerati i meno gratificanti ed i più pericolosi. L’errore strategico di questi ultimi 20 anni è stata la mancanza di una politica detentiva, che ha portato, organizzativamente, a ramificare le unità operative di polizia penitenziaria in una enormità di attività collaterali, distogliendo le forze dal mandato istituzionale principale della custodia, per convogliarle in una molteplicità di rivoli, da molti voluti per rendere visibile il Corpo!

Il compito della politica dovrebbe essere quello di “liberare il carcere” da condannati o da persone in attesa di giudizio, che di carcere non hanno bisogno, mentre per altri che ne hanno bisogno, mancano i posti letto; il carcere non può essere la casa per e dei poveri, occorre diminuirne e differenziarne l’utenza, cosa che forse potrebbero evitare i parecchi suicidi dei detenuti.

Si tratta di avere il coraggio di investire (politicamente ed economicamente) nella costituzione di un Terzo Polo Custodialistico (struttura intermedia tra carcere e libertà in misura alternativa) per non tenere in carcere persone povere in quanto prive di soluzioni esterne, e per attuare appieno forme di Giustizia Riparativa, attuabili con la collaborazione tra Amministrazione Penitenziaria, Magistratura di Sorveglianza, Ente Locale, Privato Sociale. Per il 2023, quello che si spera, è che il taglio previsto alle risorse per il carcere, diventi motivo per dare il via al nuovo pensiero politico sulla detenzione, che rassicuri sì la società civile ma dia, civilmente, una offerta di servizi al detenuto ed ai suoi familiari.

*Ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza