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di Carlo Rimini


Corriere della Sera, 22 luglio 2019

 

Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari. Per commentare la vicenda di Bibbiano bisogna aspettare la conclusione delle indagini e le sentenze. Una riflessione di carattere generale possiamo però farla. Qualche cosa non funziona nella gestione dei servizi sociali. Lo dimostrano le sentenze di condanna che l'Italia ha subito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo proprio per l'incapacità dimostrata dai servizi di gestire il rapporto fra genitori e figli.

Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari, sia nei casi in cui i genitori sono sospettati di tenere comportamenti contrari agli interessi dei figli, sia nei casi di conflitto fra i genitori. Per gestire queste situazioni i tribunali si avvalgono dei servizi sociali comunali, nati per fare altro, ossia per svolgere le funzioni tipiche dell'assistenza sociale a favore delle persone disagiate.

All'estero le stesse funzioni sono svolte da strutture centralizzate (come il Cafcass inglese) che funzionano in costante raccordo con i tribunali. Un'agenzia unica nazionale consente ai tribunali di avere un unico interlocutore e permette un controllo gerarchico delle modalità operative. Invece in Italia i tribunali sono costretti a servirsi di piccole strutture il cui operato sfugge a qualsiasi controllo e i cui standard di qualità sono affidati al caso e alla buona volontà dei singoli operatori.