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di Gemma Brandi*

Ristretti Orizzonti, 16 agosto 2022

Noi vogliamo sapere chi sono quei detenuti che, uno ogni cinque giorni, si sono uccisi nelle patrie galere nel 2022. Quale era il loro nome, quale la loro storia, quale la strada che avevano imboccato; chi era stato chiamato per fornire un parere; chi si era rifiutato di fornirlo, e così via.

Forse merita spendere qualche parola sulla inclinazione a generalizzare e insieme sull’anonimato quale principio di ogni cautela protettiva nell’interesse dell’individuo. Il termine individuo è qui usato a bella posta, contro ogni sfilacciamento della fatica di individuarsi di soggetti poco gregari - qualcuno sarebbe tentato di rifarsi alla alternativa tra apocalittici e integrati, guidato dallo scontato e fuorviante pregiudizio che vuole i primi meno propensi a condividere legami socialmente utili-fatica che certa doxa sedicente di sinistra ha travisato, interpretandola come spregevole individualismo. Individuarsi, essere sé stessi, coltivare le proprie irripetibili credenze è il compito alto assegnato ad ogni persona, ben oltre i limiti della genetica, è quanto di meglio il genitore potrebbe augurare al figlio, aiutandolo a inoltrarsi in tale non agevole, ma promettente cammino. Come non condividere al riguardo il pensiero di Hannah Arendt: l’unica cosa che conta per l’individuo è rimanere fedele a sé stesso?

In una estate di siccità partecipativa, in un periodo della storia che ha sciorinato tragedie inimmaginate, assottigliando risorse e speranze, danno nell’occhio le scontate grida di coloro che si propugnano difensori della fragilità lato sensu, i quali parlano con anonimo stile di generiche categorie di soggetti che sarebbero bisognosi di sostegno: malati di mente, drogati, barboni, migranti, carcerati. E pretendono anche di fornire le buone soluzioni per evitare, ad esempio, i suicidi di molti individui reclusi, soluzioni che potrebbero parere buone solo a coloro che non conoscono davvero la questione di cui trattano. Dovremmo immaginare, prima di proporre ridicoli pannicelli caldi mutuati da stantii ideologismi, che quanti vengono fatti rientrare nelle citate generiche categorie abbiano certamente fatto i loro bravi sforzi di individuazione, scegliendo, non importa se inconsciamente, una strada per raggiungere l’obiettivo.

Andrebbero rispettate maggiormente le storie dei singoli, smettendo di parlare in modo generico di carcerati, per cominciare a cogliere il cuore specifico delle vicende individuali: se intendi aiutare la foresta, devi guardare la foglia. Solo in tal modo si potrà sperare di impegnarsi in un apparentemente immane compito preventivo. Noi vogliamo sapere chi sono quei detenuti che, uno ogni cinque giorni, si sono uccisi nelle patrie galere nel 2022.

Quale era il loro nome, quale la loro storia, quale la strada che avevano imboccato; chi era stato chiamato per fornire un parere; chi si era rifiutato di fornirlo, e così via. Ecco di cosa dovrebbe occuparsi una seria ispezione a ritroso. Si scoprirebbe quasi di certo che la condizione di ciascuno di loro era stata segnalata ripetutamente, che una sofferenza si era con prepotenza o in maniera sommessa fatta udire, che gli organi deputati a valutare e curare non erano apparsi poi interessati quanto serve al necessario lavoro di problem solving, che si erano scontrati sostenendo che la questione emergente riguardava qualcun altro, qualcos’altro.

Il giorno in cui tutti smetteranno di promuovere ideologie e si sforzeranno di pensare, così maturando convinzioni convincenti e agendo di conseguenza, quel giorno difficoltà non affrontabili diventeranno affrontabili. Non sarà collocandosi dalla parte di proclami che paiono buoni, democratici, permissivi, non sarà gridando che la libertà è terapeutica, che troveremo il modo per andare incontro alla sofferenza dell’altro e intercettarla in tempo. Leggere che un soggetto cui è stata diagnosticata una grave forma di disagio psichico, che si era rivolto qualche giorno prima a un organo della salute mentale pubblica, che aveva subito anche dei ricoveri psichiatrici, leggere che quella persona non era in carico ai servizi preposti alla cura e alla prevenzione del suo problema, giungendo a presentare una omissione come la buona scusa per non valutare approfonditamente la storia di un uomo nel momento in cui chiedeva aiuto, e addirittura a giudicare del tutto imprevedibile e imprevenibile quanto poi è accaduto alla ignara vittima di una sofferenza abbandonata a sé stessa e divenuta cieca rabbia, ebbene leggere un simile parere psichiatrico può renderci davvero disperati quanto alla competenza istituzionale di coloro che dovrebbero contribuire a prevenire il prevedibile.

Non resta che guardare con severità e fermezza posizioni istituzionali accidiose, invertire la rotta distorsiva e deresponsabilizzante di tutti gli apparati dello Stato.

Viene da suggerire, per quanto da posizione senza autorità -eppure fondata sulla autorevolezza di una documentata competenza preventiva, costruita in quarant’anni di studio e di lavoro nella salute mentale pubblica e in carcere- ebbene viene spontaneo suggerire, a chi riveste compiti di responsabilità piccola, media, alta, altissima, di levare la voce e di rimboccarsi le maniche facendo quello che ognuno deve, a partire da una operazione antifatiscenza delle mura delle galere. Pretendere di tacere sulle disfunzioni che imperversano in carcere e pretendere che tutti gli operatori tacciano, spacciando questa omertà per coraggio e serietà istituzionale, è il primo passo per favorire il suicidio in carcere, tanto degli operatori che dei reclusi, e nessuna circolare servirà ad invertire la rotta.

Servirà al contrario ricordare, sempre con Hannah Arendt, l’importanza, per ogni individuo, operatori inclusi, di non fare quello con cui non potrebbe convivere, di cui non potrebbe sopportare il ricordo. Servirà tenere a mente “la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male”, la stessa che indusse, uomini non di necessità malvagi e sciocchi, ma “semplicemente senza idee” proprie, a eseguire quanto venne loro richiesto. E allora si farà davvero quanto serve ed è possibile.

Ad esempio, perché non cominciare da una autonomia elettrica ecologica che consenta di avere fresco d’estate e caldo d’inverno in tutte le carceri in cui abbondano tetti e spazi per il fotovoltaico, che permetta di cucinare senza uso del venefico gas; da una revisione generale delle aree igieniche dei prigionieri; da una cura della loro alimentazione; da un impegno lavorativo che, ben prima di soddisfare ambizioni sindacali, non inviti all’ozio, avendo in mente il benessere degli ospiti coatti, avendo in mente una coazione gentile? E farlo con alacrità e impegno, anziché sventolare cartelli libertari senza realistico futuro, anziché compiacere ad ogni costo questa o quella ideologia. Perché non sostituire una attenzione sociologica pregiudiziale sulle carceri con dei servizi sociali efficienti fin dall’arrivo in istituto dei reclusi, servizi ad oggi inesistenti? E così via, passo dopo passo.

*Psichiatra psicoanalista, esperta di Salute Mentale applicata al Diritto