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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 25 settembre 2026

Le funzioni della superprocura estese anche ai casi che riguardano chi ha meno di 18 anni. Per via Arenula sono stati accontentati i pm, ma ci sono dubbi di costituzionalità. Così la direzione voluta da Falcone cambia volto: sarà una specie di reparto d’élite. Nel decreto giustizia approvato dal Consiglio dei ministri di ieri, “attesa la sempre maggior rilevanza che assume oggi il coinvolgimento di minori in fenomeni di criminalità grave”, è contenuta una novità solo all’apparenza banalmente organizzativa e legata alla necessità di avere maggiore coordinamento investigativo tra gli uffici: al procuratore nazionale antimafia vengono attribuite funzioni anche nei confronti dei tribunali per i minorenni. Non molto tempo fa, avevano provato a fare la stessa cosa alcuni parlamentari della maggioranza attraverso un emendamento (bocciato) al decreto sulla pubblica amministrazione. Adesso l’idea è tornata di moda su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano.

Per capire di cosa stiamo parlando bisogna ricordare che lo scorso luglio il governo ha licenziato una norma che invertiva la presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per gli imputati tra i 14 e i 18 anni: in pratica, quando il parlamento licenzierà definitivamente la legge, in tribunale non si potrà più partire dal fatto che il minore non ha capacità giuridica, ma dall’esatto contrario. Si tratterebbe, secondo il ministro Carlo Nordio, dell’ultimo tassello di un grande piano cominciato con il famigerato decreto Caivano. E ora si aggiunge un altro pezzo ancora. Quello che cambierà sarà soprattutto la parte legata alle indagini della procura dei minori: la finalità educativa, sancita dalla Costituzione e dal codice penale, verrà in molti casi sostituita dalla logica tipica dell’antimafia e dell’antiterrorismo, che si basa per lo più su un lavoro di intelligence e di contrasto preventivo. E sono cose molto diverse.

Il punto costituzionale della storia, poi, è il possibile contrasto tra la funzione di coordinamento della Dna con il principio dell’interesse superiore del minorenne. La direttiva 800 del 2016, all’articolo 7, poi, prevede valutazioni individuali dei casi e, soprattutto, adeguatezza delle misure destinate a chi ha meno di 18 anni. Per il governo, in ogni caso, è un successo. La versione che discende dal ministero di via Arenula è che così si è risolto un nodo che andava avanti da anni, visto che tanti pm antimafia in passato hanno lamentato la difficoltà di includere nelle loro inchieste anche i minorenni legati alla criminalità organizzata. Adesso, dicono, il vulnus si sana: la linea d’intervento è definita e non ci sono più zone d’incertezza. Di più, aggiungono, in fondo il sentiero era già tracciato dalla legge nota con il nome di “Liberi di scegliere”, approvata all’unanimità dal parlamento un paio di mesi fa, che prevede l’introduzione di un sistema organico di protezione e di assistenza per i minorenni che vogliono sottrarsi ai contesti di mafia. Un collegamento tra le due leggi si vede solo in controluce, in realtà, e forse il vero punto politico della vicenda riguarda il rapporto ormai eccellente che si è instaurato tra palazzo Chigi e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.

Dopo le tensioni sul referendum costituzionale sulla magistratura, lo scorso maggio, Melillo aveva scritto una lettera ai ministri Nordio e Piantedosi e alla presidente della commissione antimafia Colosimo lamentando il fatto che i limiti del 2023 sull’utilizzabilità delle intercettazioni in “procedimenti diversi” stavano indebolendo le indagini su mafia, terrorismo e colletti bianchi. La questione non è rimasta lettera morta: in estate da Fratelli d’Italia sono arrivati diversi emendamenti - detti, per l’appunto, “emendamenti Melillo” - per permettere nuovamente di ampliare la circolazione delle intercettazioni, soprattutto per i reati di competenza delle Dda. La mossa non è stata di poco conto per gli equilibri della maggioranza, e infatti Forza Italia sta facendo le barricate contro il ritorno delle intercettazioni “a strascico”.

Poi c’è un ultimo dettaglio, pure non insignificante. Con questa nuova norma la Dna allarga ulteriormente le sue competenze, entrando in un tribunale in cui mai prima aveva messo piede. È una mutazione genetica: nata come strumento di coordinamento in relazione ai delitti di criminalità organizzata, la direzione inventata da Giovanni Falcone si propone sempre più come una sorta di élite requirente. Un reparto speciale della magistratura italiana.