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di Simonetta Sciandivasci

La Stampa, 29 agosto 2026

Abolire il movimento culturale che è stato accusato di essere diventato una dittatura potrebbe portare a qualcosa di peggio: in America è successo. Che rinnegare, estirpare e dimenticare il woke sia ciò che è giusto fare a fini elettorali è chiaro e ovvio. Lo è per la sinistra americana, prima di tutto, dal momento che una delle ragioni della sconfitta contro Trump alle presidenziali è stato detto (più detto che dimostrato) che sia stata la vicinanza dei democratici alle istanze della woke culture (che, tecnicamente, si fonda sulla consapevolezza delle ingiustizie sociali, e si estrinseca nella lotta per abbatterle: negli ultimi anni, uno dei metodi di quella lotta è stata una problematica discriminazione di chi discriminava, che è valsa al woke trasversali accuse di essere degenerata in polizia del pensiero, dittatura dei giusti). Va letto in questa cornice di opportunismo politico, vista l’imminenza delle elezioni di midterm, il dietrofront di Alexandra Ocasio-Cortez, la deputata socialista che ha sancito: “La fase uno del woke era una follia”.

Si tratta della medesima cornice entro cui si sono mossi i democratici italiani del campo largo, approfittando della ghiotta e doppia occasione: prendere la distanze da qualcosa di sinistra, da sinistra, accodandosi a una giovane promessa della sinistra mondiale, per mostrarsi come l’alternativa valida non solo alla premier Meloni, che dello sprezzo per i diritti Lgbtq+ (la minoranza per eccellenza del wokismo) e in generale i diritti sociali ha fatto un suo tratto identitario, e il fondamento del suo presunto pragmatismo, ma pure alla segretaria del Pd Schlein, che invece a quei diritti è sempre stata attenta, e che non ha mai ceduto alle facilonerie sulle presunte dittature che il processo per il loro ottenimento avrebbe ingenerato. Ora, negli Usa il woke c’è stato, si è trasfigurato, talvolta ha generato mostri (licenziamenti troppo facili, boicottaggi di opere e artisti, gogne pubbliche), e ha condizionato tanto la politica quanto la cultura, uniformandole a un codice di condotta e talvolta rendendole codice di condotta.

E però, e non da ieri, negli Stati Uniti, il woke è anche finito. Ha perso, sta ai margini, non condiziona, non influenza: non è più il carro su cui saltavano i personaggi in cerca di fama. “Go woke, go broke”: il Guardian intitolavacosì, l’anno scorso, un articolo sui flop inanellati da film che si ispiravano al woke o che ne rispettavano i principi (uno tra tanti: i ruoli di personaggi transgender devono essere affidati a persone transgender), un filone che nelle sempre immaginifiche ricostruzioni da questa parte dell’oceano era dato per egemonico. Insomma, la vittoria trumpiana ha contribuito a indebolire il woke e a renderlo sempre meno appetibile. Finite le istanze, finite le rivolte, finiti gli attivisti che ci guadagnavano sopra. In Italia non è mai successo niente del genere. Qui, per un breve periodo, c’è stata una fascinazione per le teorie woke, e le case editrici hanno fatturato pubblicando transeunti eroi dei social network che usavano i medesimi per diffonderle e, in certi casi, per impiegarne i più feroci metodi inibitori e persecutori. Quei transeunti eroi erano soprattutto eroine.

Avevano centinaia di migliaia di seguaci che gli editori avevano immediatamente pensato si sarebbero trasformati in lettori. E così, hanno “prodotto tanti piccoli scrittori tutti in fila a ritirare il loro assegno alla banca del conformismo”, ha scritto pochi giorni fa Paolo Repetti, direttore editoriale di Einaudi Stile Libero, una di quelle case editrici che sul woke non si può dire non abbiano fatturato. Ma Repetti, con notevole italianità, è stato bene attento a specificare di riferirsi alla “letteratura americana”. Nella quale, però, in questi anni sono successe cose che, per quanto odiose, sono state importanti. Nel 2020, quando Jeanine Cummins pubblicò il romanzo Il sale della terra, una storia di immigrazione dal Messico agli Stati Uniti, venne travolta dalle polemiche perché quella storia in mano a una scrittrice bianca e statunitense fu recepita come un crimine di “appropriazione culturale” (affluente del wokismo, che indica l’appropriarsi, da parte di una cultura dominante, di tratti e storie di una cultura marginalizzata). Si urlò alla fine di tutto: della letteratura, dell’intelligenza, della libertà di espressione. Il libro, tuttavia, continuò a vendere in tutto il mondo. L’anno scorso, Cummins ha raccontato in un’intervista di aver beneficiato di quelle polemiche, di averle ascoltate profondamente, anche se non assunte, e di essere a lavoro su un nuovo libro che da lì partiva.

Il woke non è stato indolore. È stato arrogante e stupido e violento, a volte, ma importante e, non di rado, ha avuto ragione. Ora che si gareggia allo sbarazzarsene e al prenderne le distanze (evito la lista di intellettuali italiani che, quando imperversava, ne erano intransigenti sostenitori e che adesso sono abiuranti riluttanti), però, è giusto chiedersi, per chi non è produttore cinematografico, editore italiano, politico post berlusconiano che ha appreso la lezione del resuscitare nemici morti (il woke per Trump e pure per Ocasio Cortez è ciò che per Berlusconi fu il comunismo), per chi quindi non abbia ragioni opportunistiche di sopravvivenza che noi osservatori, nella nostra infinita ma un po’ provata misericordia, comprendiamo, e insomma per chi abbia a cuore la vita culturale e cerebrale dell’umanità: abbattere il woke serve? Lo scrittore Walter Siti, che ne è stato un critico fermo, ha scritto su Domani: “Di cultura woke, cioè di attenzione analitica ai meccanismi materiali che ci fanno pensare come pensiamo, non ce ne vuole di meno ma di più; le sue non sono esagerazioni da mitigare ma piuttosto mancanze da denunciare, perché ogni fideistica semplificazione è mancanza (di contesto)”.

Ieri, il New York Times ha pubblicato un articolo di David French, avvocato esperto di libertà d’espressione e a lungo presidente della Foundation for Individual Rights and Expression, che ha raccontato di essere stato sempre molto critico verso il woke, e di essere stato felice quando, alcuni anni fa, molti intellettuali firmarono una lettera su Harper’s Magazine in cui ricordavano che libertà e giustizia non potevano essere in contrasto, ma dovevano restare condizione una dell’altra e scrivevano: “Il modo per sconfiggere le cattive idee è attraverso la denuncia, il dibattito e la persuasione, non cercando di metterle a tacere o di farle sparire”. Da lì, il movimento antiwoke ha preso piede e però, dice French, si è subito trasformato in qualcosa di peggiore di ciò che voleva combattere: “Ha preso tutti gli eccessi del wokismo, li ha assorbiti nel Partito Repubblicano e li ha trasformati in un’arma, dando vita all’amministrazione più repressiva e inadeguata per la libertà di parola di tempi di Woodrow Wilson”. French racconta come la destra repubblicana abbia difeso, facendone eroi per i propri militanti e poi propri militanti, non le vittime delle epurazioni woke, ma chi quelle epurazioni le meritava: molestatori, razzisti, cospirazionisti, antisemiti, omofobi.

E così è successo che, abbracciando i fanatici, la destra americana è diventata più fanatica dei fanatici: è orgogliosa di odiare (Vance: “La nostra gente odia le persone giuste”), ha trasformato la regola di Reagan di non parlar male di nessun repubblicano, in “non parlar male di nessun fascista”. Non è qualcosa di molto simile al processo che ha portato all’ascesa di Vannacci? Davvero vogliamo credere che il reclutamento della feccia, di cui Futuro Nazionale è fiero, sia una esacerbata risposta agli eccessi del woke o al “buonismo” della sinistra? Cerchiamo di non sbagliare gli avversari da individuare. E nemmeno le domande da farci. Giacché gli opposti si annullano, la così chiamata cultura della cancellazione non la supereremo con un’altra cultura della cancellazione: forse, possiamo trovare un modo di usare la prima a nostro vantaggio, per arginare la feccia.