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di Luigi Manconi

La Stampa, 22 maggio 2022

E se un certo appannamento della lucidità democratica dipendesse dal perdurare di quella fase dell’età evolutiva in cui è ancora debole la capacità di “prendere le misure”? Nel corso di un dibattito televisivo, una giornalista di adamantine convinzioni sinistriche e di infrangibile buona fede, mentre qualcuno denuncia il totalitario regime di censura vigente in Russia, avverte il bisogno di precisare: ma in Italia abbiamo avuto il caso Biagi (vittima, come si ricorderà, di quel “editto bulgaro” che portò alla sua estromissione dalla Rai, unitamente a Daniele Luttazzi e Michele Santoro). Certo, quel “caso” veniva dopo molti altri e prima di altri ancora che hanno accompagnato e accompagneranno la storia della televisione e dell’intera informazione di massa. E gli atti di censura e di autocensura sono propri della fisiologia di qualsiasi sistema democratico. Ma come non considerare lo scarto che corre tra essi (compreso l’odioso provvedimento contro Biagi) e l’attività degli apparati di controllo e di repressione della libertà di parola nei regimi autocratici? Dall’altra parte, gli atti di censura e di autocensura nei sistemi democratici non sono una forma minore, appena più mite, dello stesso meccanismo dispotico, ma qualcosa di diverso. Più in generale, un sistema democratico, anche gravemente imperfetto e deficitario non è l’articolazione meno estrema e non ancora dispiegata del medesimo apparato liberticida che connota i regimi autocratici. È tutt’altra cosa. Ma come è potuto accadere che questa elementare e cruciale differenza oggi sembra essere, se non proprio dimenticata, trascurata e sottovalutata? Lo si deve, ipotizzo, a un singolare fenomeno, che riproduce, come dicevo, quella fase dell’età evolutiva quando ancora si manifesta l’incapacità di “prendere le misure”: ovvero quando il bambino fatica a valutare la distanza tra sé e gli oggetti che intende afferrare, tra la posizione in cui si trova e quella che vorrebbe raggiungere, tra la dimensione e il peso di quanto vorrebbe trascinare o sollevare e le proprie forze. È come se non riuscisse a misurare, appunto, le cose che manovra, le proporzioni entro cui si muove, gli spazi in cui agisce.

Ecco, questa imperizia che, se protratta, diventa un disturbo, può manifestarsi come incapacità di valutare la propria realtà in rapporto ad altre realtà senza cogliere le distanze anche enormi che le separano. Come è la frattura irreparabile tra una democrazia pur gravemente immatura e un regime autocratico. Che cosa può avere determinato un simile obnubilamento? Ha contribuito, certamente, la combinazione di due eventi, come la pandemia e la guerra, che hanno prodotto l’effetto di una ineludibile prova di verità. Ciascuno di noi, logorato dal cumularsi di crash test che ne sfidano la saldezza dell’identità personale tende a rispecchiarsi in una sua più profonda e autentica verità. Dunque, quella micidiale sequenza pandemia-guerra permette di indagare sull’idea di sé e del mondo e di sottoporre a verifica alcuni assunti fondamentali della nostra rappresentazione del reale. Uno di questi assunti è costituito dal concetto di democrazia e di sua superiorità rispetto a tutti gli altri regimi. Il dibattito pubblico originato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia evoca quel concetto, in un confuso confronto tra i diversi sistemi politici che operano nello scenario bellico: oltre che la Russia e l’Ucraina, i Paesi europei e gli Stati Uniti. Per un verso, sembra emergere una concezione “tiepida” della libertà, ridotta a variabile dipendente e non necessariamente meritevole di una battaglia - se necessario, fino allo stremo - per la sua affermazione. Per altro verso la categoria di democrazia come massimo bene delle comunità organizzate sembra perdere valore. Ne è una prova la svalutazione di quello stesso concetto quando si mettono spensieratamente a confronto i sistemi istituzionali dell’Europa occidentale e quello della Russia. E quest’ultimo sembra risultare ne più ne meno che “una versione in peggio” dell’assetto politico dell’Italia o della Francia. Ma è totalmente falso. La democrazia più imperfetta (come è, forse, il caso dell’Ucraina) è cosa assai diversa da un sistema autoritario o autocratico o totalitario o dittatoriale (secondo le classiche definizione e graduazioni della scienza politica). Tra la prima formazione e le altre c’è un salto - una vera e propria rottura - costituito dalla presenza o meno dei requisiti che qualificano un regime come democratico. In sintesi, il suffragio universale, la divisione dei poteri, il primato della Costituizione, il riconoscimento dei diritti politici, sociali e civili, la libertà di espressione, la tutela delle minoranze. Ovvio, no? Eppure si riesce a dimenticarlo perché - dopotutto - “anche Vladimir Putin è stato eletto dal voto popolare”.