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di Salvo Palazzolo


La Repubblica, 30 settembre 2019

 

"Fino ad oggi sono stati desecretati atti, è importante ma non basta, adesso è il momento che siano le persone a desecretarsi". La sorella di Giovanni Falcone, Maria, lancia un appello dopo aver finito di leggere le carte appena pubblicate dalla commissione parlamentare antimafia sul 1989, la stagione dei veleni di Palermo: "Non dobbiamo smettere di cercare la verità sulle stragi - dice - un pezzo di quella verità è dentro lo Stato. Chi sa parli".

Gli ultimi documenti emersi dagli archivi di Palazzo San Macuto, anticipati da Repubblica.it, raccontano che trent'anni fa il giudice Falcone finì addirittura sul banco degli imputati per il ritorno del pentito Contorno in Sicilia, sospettato di essere un killer di Stato. "In questi giorni, sono tornata indietro di trent'anni, a quello che è stato il periodo più doloroso della vita professionale di mio fratello - dice Maria Falcone - prima provarono a delegittimarlo con le lettere anonime del cosiddetto Corvo, che lo accusavano di avere gestito l'operazione Contorno. Giovanni era convinto che quegli scritti arrivassero dal palazzo di giustizia".

Per la sorella del giudice assassinato nel 1992, dietro gli anonimi c'era anche la mafia: "Delegittimarlo serviva a preparare l'attentato sulla scogliera dell'Addaura, avvenuto poco tempo dopo. Così, la sua morte non avrebbe creato indignazione, come poi invece è avvenuto tre anni dopo. Gli italiani non hanno dimenticato".

Con l'avvio dell'anno scolastico, Maria Falcone, animatrice della fondazione intitolata al fratello, ha ricominciato i progetti con gli studenti. "I giovani vogliono sapere cosa è accaduto. Racconto che gli ultimi dodici anni di Giovanni a Palermo sono stati una Via Crucis.

Aveva anche pensato di inscenare un finto divorzio con Francesca, per salvarla. Sapeva che sarebbe finita nel peggiore dei modi. Dopo l'Addaura parlò di menti raffinatissime che orientano l'azione della mafia". La sorella del giudice ribadisce l'appello: "Chi sa parli".