di Matteo Pignagnoli
Corriere della Sera, 29 maggio 2025
“Si rischia un’operazione di propaganda”. Il documento redatto anche da due docenti bolognesi illustra i diversi punti critici del disegno di legge. Tordini: “Mancano riferimenti alla prevenzione”. Quasi ottanta docenti universitarie di diritto penale, da sempre impegnate nella lotta contro la violenza di genere, hanno firmato un appello contro il disegno di legge sul reato di femminicidio, presentato lo scorso marzo. Sembra quasi un controsenso, ma le ragioni, come spiegato in seguito, sono diverse. Un documento di cui si parlerà anche giovedì 29 maggio, durante la discussione sul disegno di legge davanti alla Commissione giustizia al Senato. Un’iniziativa partita anche da due docenti bolognesi, Maria Virgilio (presente domani a Roma) e Silvia Tordini Cagli, che sono anche tra le sette autrici del testo.
L’idea parte (anche) da Bologna - A loro si sono unite una settantina di colleghe, per lanciare l’appello con la speranza di aprire un dialogo con le istituzioni a tutti i livelli. Quello che emerge subito leggendo il testo è infatti l’importanza: “Delle iniziative di contrasto alla violenza contro le donne, che dovrebbero essere stabilmente iscritte nell’agenda politica ed intraprese con decisione”. Allo stesso tempo però la norma in questione appare quasi come: “un’operazione di propaganda per scalvare il problema”. A definirla così è la stessa Silvia Tordini una delle relatrici del documento.
“Non si parla di prevenzione” - Tra i punti critici individuati secondo Tordini c’è: “L’assenza di un qualsiasi riferimento alla prevenzione. Se non si va a estirpare la causa di questi fenomeni non arriviamo da nessuna parte. C’è il rischio di fare propaganda sull’introduzione di una riforma che sembra risolutiva, ma che in realtà dimentica che il problema è molto più complesso e vada affrontato con diversi strumenti e punti di vista, partendo dall’educazione di base e dalla formazione”.
Le problematiche dal punto di vista penale - Anche dal punto di vista penalistico, il disegno di legge presenta però delle criticità: “Innanzitutto l’ergastolo come pena fissa crea questioni per quanto riguarda il principio di rieducazione, che è al centro della nostra Carta costituzionale. Inoltre, ciò toglie al giudice la possibilità di individualizzare la gravità del fatto. Il femminicidio, così come l’omicidio, non ha un unico livello di gravità o forma di manifestazione”.
“La norma rischia di essere solo simbolica” - Nel complesso secondo Tordini il rischio è l’efficacia del disegno di legge sia tutta da verificare: “La norma rischia di essere prettamente simbolica. La minaccia dell’ergastolo, infatti, non ha alcun tipo di deterrenza su coloro che commettono questi crimini. I dati ci indicano che nei paesi in cui è stato introdotto il reato di femminicidio non ci sono state riduzioni dei casi”. Inoltre, come viene indicato nell’appello, già con le normative attuali è possibile sanzionare il colpevole con la pena dell’ergastolo. Ne sono esempio casi di cronaca recenti come quello di Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano, in cui i due assassini sono stati condannati al carcere a vita.
“Bisogna partire dal tema della discriminazione di genere” - L’obiettivo primario dell’appello è quindi quello di dare vita una discussione più ampia sul tema, partendo dalla lotta alle discriminazioni di genere, che, come indica Tordini, avvengono a più livelli: ““Succede ad esempio in maniera pregnante in ambito lavorativo. C’è poi un problema culturale, a causa di alcuni stereotipi ancora molto forti nel nostro Paese, che danno luogo a questi rapporti di potere e che poi creano le basi da cui nascono questi casi”.
Per questo come si legge nell’appello: “L’obiettivo prioritario deve essere il contrasto alle molteplici forme di discriminazione e violazione dei diritti umani che sono considerate “fisiologiche” della differenza di genere e che impediscono la piena affermazione dei diritti delle donne e la corretta percezione delle condotte di prevaricazione e abuso”.









