di Raffaele Della Valle e Francesca Scopelliti
Il Dubbio, 27 luglio 2024
Era un pomeriggio di una torrida giornata di agosto. Il mio morale e quello del collega Coppola di Napoli - Dall’Ora non era ancora intervenuto - era davvero a terra. Da Napoli filtravano notizie. Tutte artatamente negative. I media, quasi tutti, erano allineati su posizioni accusatorie. Al di là dei fedeli amici di Enzo, in primis Piero Angela, Giacomo Ascheri, Biondi e qualcun altro, nessuno spezzava una lancia a nostro favore.
Quel pomeriggio verso le ore 14, improvvisa, come Minerva dalla testa di Giove, mi balenò una pazza, pazza idea - il titolo della canzone di Patti Bravo - che mi diceva, quel pomeriggio, in una città vuota, per dirla - con un riferimento ancora canoro - con Mina: vai da Enzo Biagi e parlagli col cuore aperto e riferisci il tuo pensiero sulla sconcertante e surreale vicenda. Vai da Enzo Biagi. Ma: obiezione interiore. Ma come vai da Biagi? Mi diceva il buonsenso. Ma ti sei impazzito? Manco lo conosci Biagi. Ma poi figurati se c’è, Biagi, nel suo studio, in quel torrido giorno di agosto. E poi senza uno straccio di appuntamento!
Ma io ero ormai risoluto, e non volevo sentire ragioni. Fu in questo contesto che si realizzò l’incontro inaspettato che è stato per me una delle pagine più toccanti della mia vita professionale e che mi diede la forte scossa di cui in quel momento avevo bisogno per continuare la battaglia per la libertà di Enzo e per una giustizia giusta. Ero sospinto dalla fiducia di godere della protezione di qualcosa di divino e fu questo che mi mise le ali ai piedi. In un battibaleno, dal tribunale di Milano mi trovai al cospetto di Enzo Biagi nel suo ufficio in via Vittorio Emanuele a Milano. Scendendo le scale a chiocciola, per entrare nel suo studio, il mio cuore batteva fortemente. Ero emozionato, ero accaldato, non sapevo neanch’io cosa fare. C’era un campanello. Lo rivedo ancora. Schiaccio il bottone e, miracolo!, al di là della porta c’è Enzo Biagi. Con la sua pettinatura, con la sua forma elegante, che al tempo stesso incuteva timore e autorevolezza. Facciamo le presentazioni, lui mi riceve con cordialità. Gli vuoto, tutto quello che avevo in corpo, tutto quello che sentivo, tutte le umiliazioni che avevamo provato Coppola ed io, in quei lunghi 40 giorni di detenzione di Enzo, gli rappresentavo altresì tutta la dignità dell’uomo Tortora, che pur nel dolore non si piegava e manteneva intatta la fiducia nella giustizia. Gli raccontai filo per segno quello che sapevo. Lui mi ascoltava, silenzioso, molto presente e pensieroso. Non mi fece alcuna promessa. Mi disse: “Avvocato, ci sentiamo, ho capito la vicenda”.
Tre giorni dopo, Biagi si chiedeva dalle pagine di Repubblica, con un articolo memorabile: “E se Tortora fosse innocente?”. Quell’articolo, quell’incontro, sortì un miracolo. Le gomme della mia macchina psicologica, erano sgonfie, il mio serbatoio di benzina, era vuoto. In quel momento, però, tutto si trasformò: le gomme divennero gomme da fuoristrada, invincibili; il serbatoio di benzina si riempì di propellente. E da quel momento in poi io e Coppola, e successivamente Dall’Ora, tutti insieme cominciammo una battaglia dura e faticosa che alla fine riuscimmo a vincere.
Raffaele Della Valle
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Nella lettera del 6 luglio, Enzo mi scrive: “O la difesa scatena un pandemonio, o ci ingoiano come le sabbie mobili” e ho imparato che per un indagato in carcere, ancor più se innocente, l’operato degli avvocati non è mai sufficiente.
Si chiede sempre di più: come Massimo Decimo Meridio che, esasperato dal desiderio di vendicare la morte del suo imperatore Marco Aurelio, incita i suoi soldati “al mio segnale scatenate l’inferno”. E visto che la vicenda napoletana si sviluppava sui media, era importante rispondere sui media, ancor più quando giornali e tv erano tutti schiacciati sulle posizioni della procura napoletana tanto da riproporre con titoli ad effetto quelle “veline” accuratamente fornite dagli uffici dei procuratori Di Persia e Di Pietro. E Raffaele della Valle che, anche per amicizia, sentiva molto il peso di questa drammatica situazione, avvertiva quasi l’obbligo, il desiderio di esaudire le richieste di Enzo.
In questo contesto giudiziario, psicologico e “meteorologico” nasce l’idea, “pazza” come dice lui stesso, di andare a parlare con il giornalista Rai più autorevole del momento, Enzo Biagi, pur non conoscendolo, pur non avendo preso un appuntamento. (Da leggere l’emozionante racconto che l’avvocato fa in questa pagina). L’appello di Enzo Biagi “E se fosse innocente?” e la sua lettera aperta al Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, furono per Tortora una boccata di aria buona, in un momento in cui, da quel maledetto 17 giugno 1983, tutto gli era contro. Tutti lo vedevano come Mister Hyde, quando invece era un rispettabile dottor Jekyll.
Dopo aver vissuto il Covid, quella “difesa” mediatica - credo - sia stata per lui come la mascherina dell’ossigeno per un malato grave. Erano la speranza, la fiducia, una piccola ma importante nota di ottimismo in un momento in cui sembrava non esserci via d’uscita. E invece proprio su Repubblica, il quotidiano di Eugenio Scalfari, - per la prima volta - si parlava bene di Enzo Tortora.
“Mi si aprì il cuore”, ebbe a dire. “Dopo aver ingoiato tanto fango, c’era dunque qualcuno che mi dava una speranza. Mi appesi a quelle righe come il malato ad una medicina inattesa”. L’appello sulla innocenza di Enzo fu riproposto e rinforzato da Leonardo Sciascia, Piero Angela, Eduardo de Filippo, Giorgio Bocca, Giacomo Ascheri, Mario Formenton, Piero Ottone, Aldo Garosci, Salvatore Valitutti e continuò a raccogliere tantissime adesione, personaggi del giornalismo, dell’editoria, della cultura, della politica, dello spettacolo. Persone che avevano conosciuto e visto Tortora vivere nella sua quotidianità. Ma il conforto, il sollievo di quei giorni non durò a lungo. Dopo poco, veniva diffusa - sui media, naturalmente - la notizia che sull’agendina del camorrista Puca erano stati rinvenuti i numeri telefonici di Enzo, prova irrefutabile del suo collegamento con la NCO. Era finita “l’ora d’aria” e si ritornava nella cella del cannibalismo giornalistico. Unica irrinunciabile arma della procura napoletana per sostenere l’accusa.
Francesca Scopelliti










