di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 4 febbraio 2021
Il saluto di un detenuto al 41bis va per forza inteso come un messaggio mafioso? Se l'è chiesto la prima sezione della Cassazione, con i giudici che hanno dovuto sfoggiare competenze sociologiche e trasformarsi in esperti di comunicazione verbale e non verbale, e che alla fine hanno deciso di dare ragione al boss di Brancaccio Cesare Lupo, respingendo invece il ricorso del ministero della Giustizia.
"Il semplice saluto - scrive infatti il collegio presieduto da Giuseppe Santalucia - non essendovi stata alcuna trasmissione di informazioni da un individuo a un altro, deve essere considerato come neutro perché privo di un vero e proprio intento comunicativo". Anche se quel saluto lo rivolge il braccio destro dei fratelli stragisti Giuseppe e Filippo Graviano.
La querelle nasce dal divieto di saluto imposto dalla direzione dal penitenziario di L'Aquila, dove Lupo si trova al 41bis, tra detenuti al carcere duro e quelli appartenenti ad altri gruppi di socialità. Una misura adottata proprio perché il mafioso aveva salutato un altro recluso. Ed è stato il boss di Brancaccio a impugnare il provvedimento: tutti i giudici gli hanno dato ragione, ma il ministero ha continuato a ribadire la sua tesi - ovvero che il semplice saluto potesse invece essere pericoloso e "celare un messaggio occulto" - in tutti i gradi di giudizio.
Nello specifico, il 28 agosto 2019, il reclamo di Lupo era stato accolto dal Magistrato di sorveglianza perché "il saluto rivolto ad un altro detenuto non integra alcuna forma di comunicazione, implicando tale nozione uno scambio di dati, stati d'animo, sensazioni, non ravvisabili nel semplice saluto". Il ministero aveva fatto ricorso al tribunale di Sorveglianza rimarcando che "il divieto di comunicazione imposto ai detenuti al 41bis ha la finalità di impedire i collegamenti del detenuto che vi è sottoposto con il sodalizio criminoso di appartenenza e che anche il semplice saluto, nelle sue varie forme di estrinsecazione, può celare un messaggio occulto, in quanto l'atteggiamento di riverenza o meno con il quale si esprime potrebbe significare anche una forma di sottomissione verso il soggetto al quale è rivolto, trattandosi di forme particolari che possono assumere un preciso significato nella subcultura carceraria".
Tesi che era stata bocciata, il 28 gennaio dell'anno scorso, con questa motivazione: "Nella semplice dichiarazione di saluto, anche qualora accompagnata dalla menzione di un nome proprio di persona, ma non inquadrata nel contesto di una conversazione, non si può ravvisare una comunicazione in senso proprio, richiedendo il relativo concetto la trasmissione di un'informazione da un soggetto ad un altro, nella specie non ravvisabile".
Il ministero ha però insistito in Cassazione, ma i giudici hanno appunto dato definitivamente ragione al boss. La premessa della Suprema Corte è che "non ogni tipo di interazione può essere ritenuta di natura comunicativa e che la nozione di comunicazione deve essere estesa a ogni manifestazione esteriore in grado di veicolare un contenuto informativo idoneo a vulnerare le esigenze di controllo" come nel caso di Lupo. "La questione - scrivono i giudici - si pone in termini di particolare complessità nei casi di comunicazione occulta, ovvero nelle ipotesi in cui una interazione di carattere apparentemente neutro nasconda un significato diverso da quello apparente".











