di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
Il carcere di massima sicurezza de l'Aquila rischierebbe di chiudere perché abusivo? Mercoledì scorso, il Consiglio di Stato ha ributtato la palla al Tar sulla decisione del Commissario per gli usi civici che da tempo ha riconosciuto che i terreni su cui è stato costruito il carcere di massima sicurezza de L'Aquila sono di proprietà dei ' naturali' della frazione di Preturo.
Parliamo di un terreno occupato abusivamente dal 1 luglio 1982. Un terreno dove sorge, appunto, il carcere de L'Aquila (ospita anche la sezione del 41bis) e che quindi, astrattamente, potrebbe essere chiuso. Nel 2014 la Corte d'Appello di Roma sezione speciale usi civici accertò però la natura dei terreni annullando di fatto tutto ciò che era stato realizzato fino ad allora, espropri compresi.
La sentenza condannò l'Agenzia del Demanio Abruzzo e Molise al rilascio dei fondi interessati da uso civico e cioè i 4 ettari di terreno rimandando per l'esecuzione alla Regione Abruzzo che intraprese tutti i passaggi necessari con una determina del marzo 2015 per reintegrare i terreni. L'Amministrazione separata, successivamente, fece reintegra e voltura. L'Agenzia del demanio, che era stata condannata al rilascio dei fondi, non fece nulla.
Qui si inserisce il ricorso al Tar dei beni separati per ottemperanza: un anno fa aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del Tribunale amministrativo a decidere sulla vicenda dichiarando competente in materia il Commissario per gli usi civici della Regione Abruzzo. Il Consiglio di Stato, com'è detto, ha ributtato la palla al Tribunale amministrativo regionale. Chiaro però che non si arriverà mai all'abbattimento del carcere, quindi si potrebbe prospettare un accordo fra amministrazione separata di Preturo e Agenzia del demanio col riconoscimento dell'indennizzo economico
La struttura del carcere de L'Aquila è stata ultimata nel 1986, ma l'istituto è entrato in funzione nel 1993. La particolarità che su un centinaio di detenuti sottoposti al 41bis, sette sono donne. Le loro celle si trovano alla fine di un lungo tunnel sotterraneo, sono grandi due metri per due e si affacciano sul nulla. Tra di loro, ricordiamo, c'è l'unica detenuta al 41bis non appartenente alla criminalità organizzata.
Parliamo di Nadia Desdemona Lioce, la leader delle ex nuove Brigate Rosse, condannata a tre ergastoli per gli omicidi, commessi con finalità di terrorismo, dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi e del sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Parliamo di una organizzazione brigatista che è stata completamente smantellata nel 2003 con gli arresti. Ed è dal 2005 che il 41bis le viene applicato di proroga in proroga, nonostante le cosiddette nuove brigate rosse siano state smantellate dal 2003.










