abruzzosera.it, 13 aprile 2026
L’ultimo episodio di cronaca registrato all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni dell’Aquila, dove tre giovani detenuti hanno ingerito pile e frammenti di ceramica, non può essere derubricato a un semplice incidente di percorso o a una protesta strumentale. Il Centro Giustizia Minorile (Cgm) per Lazio, Abruzzo e Molise, con giurisdizione diretta sulla struttura aquilana, ha opportunamente parlato di una “forma di espressione del disagio”, una definizione che, se letta in profondità, apre una voragine di riflessioni sulla natura stessa della detenzione per i minori. Quando la parola viene meno e lo spazio vitale si restringe alle pareti di una cella, il corpo diventa l’ultimo territorio di confine su cui proiettare una sofferenza che non trova altri canali di sfogo. Ingerire oggetti estranei è un atto estremo che rompe il “silenzio” istituzionale per gridare una fragilità che l’ordinaria restrizione della libertà, pur necessaria dal punto di vista giudiziario, rischia di esasperare.
In questo scenario, la decisione dell’amministrazione di inviare sei nuove unità di Polizia Penitenziaria a supporto dell’organico esistente appare come un atto di responsabilità doveroso per garantire la sicurezza e la tenuta della struttura. Tuttavia, l’analisi non può fermarsi al piano della vigilanza. La sicurezza, in un contesto minorile, non è fatta solo di chiavi e sorveglianza, ma si nutre della qualità della relazione educativa. È evidente che, accanto al necessario rinforzo della sicurezza fisica, urga oggi un potenziamento altrettanto robusto delle attività trattamentali e del supporto psico-educativo. Senza un’offerta progettuale che sia capace di riempire il vuoto esistenziale dei ragazzi, il carcere rischia di trasformarsi in un “parcheggio esistenziale” dove il tempo non è più strumento di rieducazione, ma incubatore di ulteriore devianza.
Il territorio aquilano e abruzzese vanta un tessuto sociale di eccellenza che da decenni opera nel settore della marginalità giovanile. Esistono imprese sociali che da anni si occupano di comunità di accoglienza, centri diurni e associazioni locali specializzate nel recupero di minori in condizioni di fragilità estrema che rappresentano un patrimonio di competenze fondamentale. Queste realtà, che conoscono profondamente le dinamiche del disagio giovanile, dovrebbero essere coinvolte e integrate in modo sistemico e permanente all’interno delle mura dell’IPM. Il terzo settore e l’impresa sociale del territorio non possono essere visti solo come attori esterni, ma come partner strategici in grado di costruire ponti solidi con il mondo esterno, offrendo ai ragazzi prospettive reali di riscatto che vadano oltre la fine della pena.
Investire nell’educazione non significa “cedere” sulla sicurezza, ma al contrario, rafforzarla alla radice. Un minore impegnato in un percorso rieducativo serio, seguito da figure di riferimento interne ed esterne alla struttura penitenziaria, che ne sappiano interpretare i silenzi e i gesti autolesivi, è un minore che ha meno ragioni per trasformare il proprio disagio in atti distruttivi. La sfida per L’Aquila oggi è quella di trasformare l’IPM da luogo di mera custodia a laboratorio di cittadinanza, dove il coordinamento tra il Centro Giustizia Minorile, la Polizia Penitenziaria e il mondo del sociale diventi il modello di una giustizia che non si limita a punire, ma si prende cura della persona nel suo momento di massima vulnerabilità.











