di Fernando Sanchez
Ristretti Orizzonti, 28 ottobre 2026
Sono detenuto da un po' e in tutto questo tempo passato dietro le sbarre ho sempre cercato di mantenere vivo il rapporto con i miei familiari, con mia moglie, con i miei figli, con i miei fratelli e sorelle, con i miei nonni e i cugini, io sono cresciuto insieme a loro, e mi hanno insegnato il valore della famiglia a prescindere dalle circostanze. Questa volta però io ho permesso che ci allontanassimo, ho commesso un reato e creato le circostanze che ci tengono lontani, purtroppo.
Sono dentro per traffico di stupefacenti, e fino adesso ho scontato 5 anni di una condanna di 12 anni e mesi 8 di reclusione definitiva, e da quando sono dentro ho sempre voluto mantenere il rapporto sia con i miei cari, che con gli amici e le persone che lavoravano con me, cosa che non mi è stata mai concessa per la “sicurezza”, ma sono tante le persone che avrei voluto vedere, per esempio mio padre, che purtroppo soffriva di cuore e aveva tanti altri problemi di salute, mio padre abitava in America a New York e a malapena ho potuto chiamarlo poche volte, perché non ci concedevano molte chiamate, dovevo dividere le chiamate per poter sentire mio figlio, che abita qui in Italia, ed anche con mia madre che ha una certa età ed ha voluto rimanere in casa nostra nella Repubblica Domenicana. Senza contare che ho anche una compagna che mi è sempre stata vicina, nonostante tutti i problemi, ma ho anche altri familiari da sentire, loro abitano in America, altri nella Repubblica Domenicana, altri in Spagna, e mio fratello gemello con cui sono molto legato che ha deciso di trasferirsi in Italia solo per starmi vicino, nonostante abbiamo ognuno le nostre proprie vite, nessuno di loro mi ha mai abbandonato.
Voglio solo dire che nonostante questo sistema non mi permetta di tenere vivo il rapporto con i miei cari, loro non hanno mai perso la speranza, e io cerco in tutti i modi di rimanere in contatto con loro. Senza contare il mondo esterno, i miei insegnanti, i miei colleghi di lavoro, i miei amici d’infanzia, i miei amici del basket, tutte queste persone che formano intorno a me una vita da essere umano. Ma io ho solo una chiamata di 10 minuti al giorno, e per forza devo scrivere lettere che per la maggior parte tardano ad arrivare giorni e giorni.
Ho un figlio ed un figliastro e tanti nipoti che mi vogliono bene e vorrebbero sempre sentirmi, cosa che secondo il sistema penitenziario è impossibile, ma com’è possibile che al giorno d’oggi questi problemi in fondo banali esistano ancora?
Sono un cittadino spagnolo, sono stato arrestato nel 2017 per la prima volta a 37 anni, quando era nato da poco mio figlio, che aveva allora due mesi. Io ero devastato mi è arrivato un mandato di cattura dall’Argentina, dovevo entrare in carcere e da quel momento ho iniziato a capire qual è la vera sofferenza per un detenuto, ma non perché vieni aggredito dagli agenti o da altri detenuti come si potrebbe pensare, e nemmeno per le urla di dolore che si sentono in sezione, detenuti che si tagliano e tutto il resto, ma per l’impossibilità di rimanere in contatto con i miei cari fuori del carcere.
Il pensiero della mia famiglia mi faceva riflettere molto, e più giorni passavano più mi rendevo conto che la comunicazione con loro sarebbe diventata un problema, prima l’amministrazione voleva il contratto telefonico, poi i documenti dei mei cari, poi dovevo aspettare 15 giorni e dopo che venivano controllati tutti i documenti di solito passavano dai 20 ai 25 giorni, in cui non avevo notizie da fuori e loro lo stesso da dentro il carcere. Nel frattempo disperato cercavo di mandare notizie ai miei tramite qualche altro detenuto in sezione che aveva già le chiamate autorizzate, per far capire alla mia famiglia che stavo bene.
Sono passati ben 30 giorni prima che potessi avere il mio primo colloquio, ero alla Reclusione di Parma, la mia compagna piangeva, cercava di dirmi che aveva provato a contattarmi in tutti i modi, ma l’amministrazione non la lasciava entrare, e per lei era impossibile continuare senza avere la possibilità di sentirci, ricordo ancora che mentre mi spiegava tutto ciò aveva mio figlio in braccio e non riusciva nemmeno a tenerlo tanto era emozionata.
In pratica per i sei mesi che sono rimasto a Parma ho potuto fare 6 chiamate ed 8 colloqui, con la solita scusa della sicurezza. Così arriva il giorno del trasferimento a Rebibbia, Roma, in attesa di estradizione in Argentina, l’educatore mi ha fatto il piacere di chiamare mia madre, io non potevo farlo come se fossi un terrorista pericoloso con tutte le scuse della sicurezza mi vietavano di chiamare a casa. Così ho deciso, anche se i miei difensori mi sconsigliavano, di accettare di andare ad affrontare un processo in un paese che qui in Europa viene considerato del terzo mondo, l’Argentina: di sicuro le carceri sarebbero state peggiori che qui in Italia, ma ero pronto ad assumermi le mie responsabilità e ad iniziare questa nuova esperienza carceraria in Argentina.
Ero spaventato, pensieroso, soprattutto rispetto a quello che i miei avvocati mi avevano detto sul passare dalle carceri europee ad un carcere del sud America. Arrivo in Argentina e stando in caserma ho trovato tanta disponibilità, tanta accoglienza rispetto al processo che dovevo affrontare, subito ho spiegato la mia situazione, il fatto che dal mio arresto non avevo potuto chiamare per tutta la burocrazia in Italia, così subito un signore, che fra l’altro era il procuratore, mi ha dato il suo telefono a disposizione, così nel giro di un’ora ho chiamato tutti, mia madre, la mia compagna, i miei fratelli, spiegando loro che ero già in Argentina e cercando di tranquillizzarli in vista del processo.
Più passavano i giorni più continuavo a comunicare con i miei cari, ero nel carcere “Marco Paz” carcere federale con più di 4000 detenuti, c’erano diverse sezioni, prima venivi osservato e piano piano sono arrivato in una sezione, grazie anche al mio buon comportamento, dove eravamo più agevolati e c’era un regime più avanzato.
Per telefonare avevamo una scheda, ma potevo chiamare senza bisogno di presentare nessun documento, bastava la tessera con i fondi e avrei potuto chiamare chiunque io avessi voluto, dopo aver cambiato varie sezioni aumentava sia il tempo a disposizione per chiamare a casa che le attività, potevamo stare di più all’aria a passeggiare, più area sportiva, e maggiori possibilità di partecipare ai vari corsi di reinserimento previsti.
Potevamo stare aperti dalle 7:30 della mattina fino alle 21 di sera e se era festa anche di più, alcuni di noi erano stanchi e si chiudevano da soli prima della chiusura, avevamo microonde e il frullatore, macchinetta per tagliare i capelli con il filo e tutte cose che qui in Italia sembrano sollevare problemi di ordine e sicurezza. Con tutte le attività e la fiducia che ci davano la giornata volava, e spesso andavamo a letto presto perché sapevamo che il giorno dopo avremmo avuto una giornata piena da affrontare.
Quello che vorrei dire e che non riesco a capire è com’è possibile che nel 2017, quando sono arrivato in un paese del terzo mondo, avevamo tutta questa fiducia, ci venivano date tutte queste piccole libertà dentro il perimetro del carcere? Com’è possibile che lì in Argentina rimanere in contatto con i miei cari era così facile? Com’è possibile che a Padova dove sono oggi, così come in tutte le carceri italiane, riguardo agli affetti è peggio dell’Argentina?
Vorrei solo dire che si potrebbe fare di più su certi temi importanti come quello degli affetti, troppa burocrazia, troppe scrivanie da dover passare per essere autorizzati a fare una chiamata di soli 10 minuti. Penso che i nostri cari non sono colpevoli, allora perché devono essere loro a sentire di più la nostra mancanza? Ma poi per motivi futili, quale sarebbe il problema di sicurezza se le nostre chiamate fossero illimitate, naturalmente a carico nostro? Perché persone come i nostri amici devono essere tagliate fuori dalla nostra vita pur non volendo? Spero che si faccia di più perché siamo noi detenuti ad aver sbagliato, non loro.









