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di Marco Bentivogli

La Repubblica, 7 aprile 2022

Abbiamo ancora bisogno di vedere che la guerra fa male. Le immagini sono sempre terribili, da qualunque parte del mondo provengano. A tentare di sbiadirle, il grottesco bisogno di mistificazione, di cancellazione della realtà. Eppure doveva essere una lezione acquisita quanto la menzogna e la stessa guerra siano il verbo e la parabola di ogni dittatura. Non esistono dittature che non si nutrano di bellicismo o non degradino nella guerra. La novità è l’ingente investimento nella propaganda da parte dei Paesi autocrati verso le democrazie occidentali.

Si utilizzano, al contrario, gli stessi strumenti usati per la verifica degli accadimenti e delle fonti (fact-checking) per delegittimare i fatti e diluire e depotenziarne la reazione. A partire dal contagio di ambienti che dovrebbero, piuttosto, aiutare la riflessione. Come dice Sabino Cassese, l’intellettuale è un precursore, riflessivo, conoscitore capace di mettere in connessione i saperi, utilizzando la grande ricchezza delle tradizioni. Insomma l’intellettuale è chi coniuga vita e pensiero e fa sorgere la speranza dove ci sono tenebre. Per questo va oltre il contesto del “presentismo”. È chi allarga lo sguardo perché non si guarda troppo allo specchio. L’esatto contrario del cinismo di chi, utilizza l’attitudine di una società ad illudersi di poter bandire la sofferenza e il dolore, per negare la realtà. E di coloro che, in modo paradossale, negano le atrocità in nome di una libertà da un pensiero dominante, che però gli consente di monopolizzare proprio la scena mediatica.

Il loro neutralismo è un anestetico della virtù del discernimento, è solo l’ultimo vettore dell’uno vale uno, di cui abbiamo visto i frutti: negare competenze, responsabilità, verità.

Per questo oggi, dopo aver banalizzato tutto, si sposa “la complessità” nella versione lontana dalla verifica delle fonti, dalla multidimensionalità dei fenomeni, confusa col mischiare le carte, mettere i fatti accanto alle bugie, perché ne restino sepolti sotto. I mitomani narcisi, conoscono bene le fragilità e le paure della nostra comunità e sanno che nella povertà educativa le persone che non hanno strumenti per costruirsi un punto di vista critico, vanno portate nel limbo del “non so a chi dare retta”. Come nell’opera teatrale di John Patrick Shanley, “il dubbio può essere un legame tanto forte e rassicurante quanto la certezza”. Perché è così che la spiegano, “ci sono due propagande” per far emergere la loro finta terzietà. Senza provare alcuna vergogna sostengono che la resistenza ucraina è una fiction, nel tentativo di dare dignità alla barbarie di Putin e della sua cerchia criminale.

Abbiamo visto che richiamare editori e operatori dell’informazione al senso di responsabilità non funziona. Almeno però, non prendeteci in giro contrabbandando il cinismo con il pluralismo. E non spacciate le fesserie come “critiche al pensiero dominante”. Diffondere falsità è il frutto del più cinico consumismo capitalistico: fare audience costi quel che costi. Non ha nulla di anticonformista.

Poi, certo, le responsabilità sono più diffuse. Nel 2018 le elezioni hanno premiato forze politiche collegate in modo, neanche troppo velato, con i regimi autocrati. A costi elevatissimi, le istituzioni sono state utilizzate come scuola di formazione di politici improbabili. Ma tutto ciò che matura ed evolve va accolto con favore. Le ambiguità, tuttavia, lo vediamo anche di fronte alla guerra, sono tutt’altro che dissipate. La guerra è una delle tante evidenze di quanto non possiamo permetterci un giro di giostra sovranista. La collocazione internazionale del nostro Paese determina e al contempo assegna un ruolo all’Italia e all’Europa di difesa autentica della libertà, della democrazia e pertanto della pace. Collocazione che non è più patrimonio di tutti gli schieramenti. Guai a fomentare ulteriori polarizzazioni, ma queste sono scelte di campo. Troppi, di coloro che da anni ci allertavano sui rischi di deriva autoritaria ora che ce l’hanno davanti e ci solidarizzano. Il resto dovrebbe unirsi. Possibile che non si riesca a mettere insieme tutti quelli che hanno un’idea diversa da Orbàn (e dai suoi alleati) sui diritti sociali e civili?