di Giovanni De Luna
La Stampa, 17 novembre 2024
Il gesto della P38 alla manifestazione è un brutto segnale di resa, più che di speranza. La voce dei nostri ragazzi è importante, non lasciamola inaridire nella frustrazione. Quelle tre dita a simboleggiare una pistola sono un brutto segnale. Di resa, più che di speranza. C’è da augurarsi che i ragazzi che hanno riproposto quel tragico gesto ne ignorino la storia e le implicazioni politiche. Quando nei cortei degli operai e degli studenti, nella seconda metà degli anni 70, apparvero le pistole vere, evocate da quel gesto e alla fine arrivate, per il “lungo ‘68” fu la fine. Un movimento che aveva scosso in profondità l’Italia conformista e democristiana finì così, agito da una violenza che apparve come una risorsa e fu invece una condanna.
Qualcuno di noi se ne accorse già allora e denunciò l’uso delle armi da parte del movimento come una sorta di avvelenamento dei pozzi, una catastrofe che arriva a minare dall’interno una comunità rurale, privandola dei luoghi in cui ci si incontra, si costruisce lo spirito comunitario, si alimentano rapporti, si intrecciano relazioni. Quando apparvero le pistole subentrò la logica del sospetto, la soffocante cappa della clandestinità, forme di organizzazione modellate su antichi movimenti cospirativi. All’apertura si sostituì la chiusura, alla libertà le dure regole di un mondo autoriferito e angusto. E l’Italia ci voltò le spalle. Il vento che aveva soffiato alle nostre spalle, gonfiando le nostre file e dando alle nostre rivendicazioni il senso giusto della storia, cambiò direzione e prese a soffiarci contro. E da allora in poi non ha mai smesso.
Il 16 marzo 1978, Aldo Moro, leader riconosciuto della DC, allora il partito di maggioranza, fu rapito dalle Brigate Rosse, per poi essere ucciso il 9 maggio. I cinquantacinque giorni del suo rapimento costituiscono ancora oggi un evento cruciale per la nostra storia. Fu l’apice dell’offensiva terroristica ma anche l’inizio di un suo irreversibile declino. Ai brigatisti che volevano muoversi nella società italiana come pesci nell’acqua, cominciò a mancare proprio l’acqua in cui nuotare. E gli italiani li lasciarono affogare, disprezzandone i progetti rivoluzionari e inseguendo priorità di tutt’altro segno. Proprio nei giorni del sequestro uscì nelle nostre sale cinematografiche, interpretato da John Travolta, La febbre del sabato sera, un film che aveva già scatenato la mania del ballo negli Stati Uniti e che si apprestava a farlo anche in Europa. L’anno dopo, nel 1979, la Siae (Società italiana Autori ed Editori) registrava nel nostro paese 5 mila “locali da ballo” e, sulla base del numero delle sale aperte e dei biglietti venduti nel corso di dodici mesi, certificava un aumento del 50% di questi locali rispetto all’anno precedente.
Anche in Italia, quindi, il film scatenò la passione per il ballo. Migliaia di giovani e giovanissimi presero a ritrovarsi nelle discoteche, vissute quali nuovi luoghi di aggregazione, ascoltando una musica facile e disimpegnata e abbracciando un atteggiamento evasivo ed individualistico. In seguito, alle discoteche si aggiunsero le curve degli stadi calcistici. Era del 1979 un libro- inchiesta di Daniele Segre che si occupava dei “ragazzi di stadio”, un fenomeno nuovo che seppelliva per sempre gli spunti ideologici che avevano sorretto i luoghi della ribellione delle generazioni precedenti.
Quello che voglio dire è che è vero, gli adulti fecero di tutto per stroncare i fermenti giovanili che in Italia avevano alimentato “il lungo ‘68”. Ricorsero alle stragi, alla violenza impunita degli squadristi e degli apparati segreti dello Stato, con i partiti politici che si chiusero nel “palazzo” inseguendo sciagurati compromessi. Ma anche noi, i giovani di allora, ci mettemmo del nostro. Proprio a cominciare dall’uso della violenza. Quando dai bastoni e dalle aste delle bandiere si passò alle pistole, fu la fine. Lo racconta bene un altro film, di Guido Chiesa, Lavorare con lentezza, del 2004. È la storia di Radio Alice, della repressione poliziesca per spegnere quella voce di gioia e di libertà, ma è anche, soprattutto, la narrazione di come si arrivò alle pistole e con esse allo spegnersi di tutte le istanze del movimento, quello del ‘77 in questo caso.
Perciò quei gesti vanno condannati e perciò è necessario storicizzarli. La protesta dei nostri ragazzi è troppo importante per svilirla con quei simboli. Se c’è una speranza che il vento cambi direzione, questa nasce solo da essi e dai loro cortei: si tratta di non lasciarla inaridire nell’impotenza e nella frustrazione.










