sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Federica Lavarini


Corriere della Sera, 24 gennaio 2021

 

Da tempo Nicole R. Fleetwood, docente universitaria, ha dolorosamente a che fare con il sistema penitenziario statunitense. Questa ricerca è diventata un libro e una mostra a New York con le opere più originali nate dietro le sbarre.

"Non c'è mai stato un momento della mia vita in cui il carcere non abbia rappresentato per la mia famiglia una minaccia costante e concreta, plasmandone di continuo le relazioni e l'esistenza". Nicole R. Fleetwood introduce il suo nuovo libro, uscito l'anno scorso per la Harvard University Press. Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration è un progetto decennale, di cui la pubblicazione e la mostra, in corso al Moma PS1 di New York, sono il risultato.

Nel museo sono esposte oltre 130 opere (fotografie, quadri, installazioni, sculture) di oltre 35 artisti, in carcere o ex-detenuti, spesso vittime di errori giudiziari, come Dean Gillispie che ha scontato ingiustamente 20 anni in un carcere dell'Ohio. Nella mostra manca Kenneth Reams, il più giovane condannato a morte degli Stati Uniti, da 28 anni in isolamento nella prigione statale dell'Arkansas da cui, anche attraverso l'arte, lotta per rivendicare la sua innocenza. L'opera di Reams, Capitalization, è ampiamente discussa nel libro da Fleetwood, che riporta un messaggio in cui l'artista definisce "vergognosi e immorali" gli enormi profitti realizzati da uno dei principali fornitori del sistema penitenziario americano, la Union Supply Group, che vende cibospazzatura a prezzi esorbitanti.

Fleetwood, nata in Ohio, di estrazione proletaria, riveste una posizione di spicco nel campo degli studi americani e della blackness culture ed è attualmente docente di Storia dell'arte alla Rutgers University. Un'ascesa nel mondo accademico che poggia le radici nel suo passato: è infatti l'ultimo giorno di college di Fleetwood, prima di iniziare l'università, quando l'adorato cugino Allen, un fratello, viene arrestato con l'accusa di omicidio.

Poco dopo un altro cugino, DèAndre, subirà la stessa sorte. Dovranno passare vent'anni in carcere, di cui molti in isolamento, prima che Allen e DèAndre vengano rilasciati. Di questa esperienza dolorosa in cui precipita la famiglia, Fleetwood ricorda nel libro i viaggi con la madre e le zie per raggiungere i cugini in carcere, le pesanti ripercussioni economiche sulla famiglia e, soprattutto, gli sguardi di Allen e DèAndre, sempre più disperati e spenti. E ne conserva le foto. Non certo quelle con cui siamo soliti identificare sui media i criminali, bensì quelle scattate in occasione delle visite.

 

In "Marking Time" c'è un importante focus sulla fotografia legata al mondo del carcere. Perché ha scelto di includere anche la sua storia personale?

"La fotografia e Marking Time fanno parte di un percorso biografico che è diventato un progetto di ricerca, tuttora in corso. Nel sistema americano, un aspetto cruciale della pena consiste nell'infliggere condanne da scontare in penitenziari spesso lontani dalla famiglia d'origine. Le foto sono un mezzo potente per mantenere viva la relazione tra i detenuti e i loro cari che, appartenendo a famiglie molto povere, non sempre riescono ad affrontare i costosi viaggi per raggiungere gli istituti di pena. Ho impiegato molti anni prima di rendermi conto che le foto scattate durante le visite ai miei familiari in carcere dovevano uscire dalla scatola in cui le conservavo. Negli Stati Uniti esistono milioni di foto come queste, che rappresentano una potente contro-narrazione visiva dei detenuti rispetto all'immagine negativa riportata dai media".

 

Come ha vissuto la sua famiglia l'uscita del libro e la mostra, in un periodo così difficile?

"La pandemia ha accentuato le disuguaglianze e il profondo razzismo della società americana, abbiamo assistito all'omicidio di George Floyd e alle proteste del movimento Black Lives Matter. Pur con una riduzione della capacità di accoglienza del museo al 25% a causa del Covid, dalla fine di settembre ci sono stati oltre 15 mila visitatori. Oggi credo che la mostra sia ancora più significativa e tutti i miei familiari, in particolare mia madre e i miei cugini, sono emozionati e orgogliosi di questo risultato".

 

Quali reazioni hanno avuto gli artisti protagonisti del progetto?

"Gli artisti che vivono in carcere sono la principale audience di Marking Time. È per questo che ho fatto recapitare alcune centinaia di copie del libro nei penitenziari dove stanno scontando la condanna e, in seguito, anche tutto il materiale che testimonia il notevole impatto della mostra sul pubblico. Questa esperienza rappresenta per loro un cambiamento radicale: qui iniziano a immaginare il futuro fuori da quel mondo".

 

L'obiettivo del suo lavoro è creare relazioni tra i detenuti e la società. Come è possibile?

"Grazie alla potenza dell'arte, nata in uno dei contesti più orribili che l'umanità conosca. Anche a causa dell'epidemia, migliaia di detenuti sono in isolamento, vittime di deprivazione sensoriale e crisi di natura psichiatrica. Eppure, alcune opere presenti in mostra sono state create in questo periodo pandemico e sono perciò fondamentali per i detenuti per rimanere consapevoli e affermare la propria umanità".

 

Ha introdotto nel mondo della critica d'arte l'espressione "estetica carceraria". Che cosa significa?

"Sono convinta che gli artisti detenuti abbiano un ruolo di assoluto rilievo nel mondo dell'arte contemporanea, basti pensare alla lunga tradizione dei ritratti, di cui vanno estremamente orgogliosi. Tuttavia, sono artisti spesso considerati marginali dalla critica, sebbene in America rappresentino una popolazione di oltre 2,5 milioni di persone e siano parte strutturale del sistema sociale ed economico. Essi dimostrano la capacità di dare nuovo valore e significato al tempo della pena, riconfigurando la propria esistenza. Se non sono gli artisti stessi a chiedermelo, non accenno mai al motivo per cui sono stati condannati perché credo sia necessario cambiare la mentalità che li condanna per tutta la vita all'umiliazione, all'imbarazzo, alla vergogna, allo stigma sociale. Marking Time è, per me, un impegno etico".