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di Lorenzo Trombetta


Limes, 29 gennaio 2022

 

L'assedio attorno alla prigione di Gweiran e i combattimenti successivi dimostrano tutti i limiti della cosiddetta lotta al terrorismo. Con una sorprendente e coordinata azione militare, la prima da quando lo 'Stato Islamico' (Is) in Siria era stato dichiarato sconfitto militarmente nel 2019, un manipolo di miliziani dell'Is ha messo a ferro e fuoco ad Hasake, nel nord-est del paese, la più affollata prigione di detenuti sospettati di appartenere alla stessa organizzazione jihadista.

I combattimenti, scoppiati il 20 gennaio, si sono formalmente conclusi il 26 gennaio. Ma proseguono in maniera sporadica dentro e attorno al carcere alla ricerca di "sacche" di resistenza. Al centinaio di miliziani (tra cui dei detenuti dello stesso carcere) si sono contrapposte forze curde e arabe cooptate dall'ala locale del Partito dei lavoratori curdi (PKK), che è sostenuto dalla coalizione globale anti-Is guidata dagli Stati Uniti.

Nei pressi del perimetro sotto assedio del attor, anche noto come Sinaa, dal nome del quartiere in cui sorge, sono stati presenti per giorni membri delle forze speciali statunitensi e britanniche a sostegno delle forze curdo-arabe anti-Is. L'aviazione della coalizione ha condotto diversi raid aerei e sorvoli con elicotteri da guerra Apache sull'edificio della prigione.

Il carcere conteneva circa cinquemila prigionieri, tra cui più di 800 minori secondo l'Unicef. In generale, i detenuti di Gweiran sono sospettati di appartenere allo Stato Islamico o sono miliziani catturati nelle battaglie di Baghuz della primavera del 2019, ultima roccaforte territoriale dell'organizzazione jihadista. Le centinaia di minori - alcuni di appena 12 anni, secondo Save the Children - sono giovanissimi ex miliziani o semplicemente figli di miliziani uccisi, feriti o fatti prigionieri in battaglia. Gli adulti e i minori detenuti a Gweiran si trovano da quasi tre anni in affollatissime camerate senza letti e in condizioni igenico-sanitarie assai precarie. Provengono da più di 50 paesi diversi, giacché a siriani e iracheni si vanno ad aggiungere prigionieri asiatici, caucasici, africani, nordamericani ed europei.

La mattina del 27 gennaio, l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria ha contato 211 deceduti, 50 dei quali appartenenti alle forze curde e arabe, 7 civili e 154 miliziani dell'Is. Si tratta di bilanci non verificabili in maniera indipendente sul terreno. Un numero imprecisato di detenuti è evaso. Alcuni sostengono che sono scappati a centinaia e altrettanti sono stati catturati. Secondo altre fonti, gli arresti sono stati pochi, mentre la maggior parte dei numerosi evasi è già giunta nelle zone dove lo Stato Islamico si sta riorganizzando, lungo la valle dell'Eufrate. Le forze del PKK affermano che più di mille tra assalitori e detenuti sono stati fermati, senza fornire il numero degli evasi in fuga. Proseguono intanto i rastrellamenti anche nella vicina regione di Dayr az-Zor, dove il 27 gennaio sono stati arrestati 15 individui sospettati di appartenere all'Is.

Circolano immagini e filmati in cui si mostrano decine di presunti jihadisti e fuggitivi catturati, allineati e seduti. I loro visi sono rivolti verso un muro, il petto e la schiena scoperti. Le manette ne stringono i polsi. Sono in silenzio. Un miliziano delle forze anti-Is gli urla contro in lingua araba. Un altro, con insistenza, fa sentire loro il suono del fucile automatico, puntato verso l'alto. Gli organi media della coalizione guidata dal PKK hanno comunicato che i combattenti anti-Is ripresi in questi filmati sono stati espulsi dai ranghi militari e saranno giudicati per il loro comportamento riprovevole.

Eppure, al di là dei filmati che circolano e dei racconti mediatici di parte che li accompagnano, su tutto rimane indelebile il segno della profonda violenza che continua a essere inflitta a comunità di individui da lungo tempo sofferenti. Era evidente, ancor prima dell'assalto alla prigione di Gweiran (preparata da tempo e di cui vi erano state avvisaglie ai primi di gennaio), che la questione dello Stato Islamico non può essere affrontata soltanto con la forza, la violenza e la coercizione.

L'Is è stato dichiarato sconfitto in Iraq nel dicembre 2017 e in Siria nella primavera 2019. Ma da allora ogni giorno appaiono notizie di violenze che vedono coinvolte "cellule dell'Is", bombardamenti aerei russi o statunitensi contro "postazioni Is", uccisioni rivendicate o attribuite a "terroristi dell'Is". La sconfitta dello Stato Islamico è stata tale nel senso che è crollata gradualmente la struttura pseudo-statale che si era palesata a partire dal 2014 in vaste regioni dell'Iraq e della Siria. Ciò è avvenuto in corrispondenza dell'avanzare delle truppe governative e delle milizie jihadiste sciite filo-iraniane in Iraq e dei progressi compiuti dalla coalizione curdo-araba a guida del PKK in Siria.

Il termine "sconfitta", d'altronde, può trarre in inganno. La fine dell'esperienza territoriale-politico-amministrativa non significa certo la fine dell'insurrezione armata. La quale, prima di essere un fenomeno militare da combattere con una contro-insurrezione, va concepita come la manifestazione del profondo disagio di una parte consistente di individui.

In questi anni, si è parlato a lungo dello Stato Islamico come di un fenomeno globale. Sono decine di migliaia i miliziani che in Siria, in Iraq e in ogni angolo del pianeta hanno aderito attivamente all'organizzazione, trovandosi a combattere nei territori siriani e iracheni. Nell'ottobre 2020, i vertici del PKK siriano annunciavano la volontà di rimettere in libertà gradualmente una parte dei circa diecimila detenuti (di 55 nazionalità diverse) sospettati di appartenere allo Stato Islamico. E di fare altrettanto per circa ventimila civili, mogli e figli di jihadisti, rinchiusi nei campi di prigionia nella stessa regione nord-orientale siriana controllata dalle forze curde. Numeri che danno l'idea dell'ampiezza della questione relativa allo Stato Islamico.

Gli eventi degli ultimi tre anni e quelli dell'ultima settimana dimostrano chiaramente che l'Is non si può sconfiggere con le bombe e con le prigioni. Le soluzioni violente, repressive e irrispettose dei diritti sono pienamente parte del problema. L'esempio più evidente è la sorte dei minori rimasti in trappola nel carcere di Gweiran per tutto il tempo dei combattimenti. Secondo le forze guidate dal PKK siriano si tratta di ragazzi tenuti in un'ala del carcere adibita a "centro di riabilitazione". A coloro che hanno questionato nei giorni scorsi l'efficacia di questa forma di riabilitazione, gli addetti stampa delle forze curdo-siriane hanno risposto di aver chiesto da tempo ai loro partner internazionali e donatori stranieri - solidali con la causa anti-Is - di stanziare più risorse per allestire spazi alternativi per quelli che, da più parti, sono considerati terroristi in erba.

Da almeno due anni le forze curdo-siriane chiedono a gran voce che la questione dello Stato Islamico venga affrontata anche e soprattutto fuori dalla regione nord-orientale della Siria sotto il controllo del PKK. Si richiede a gran voce il rimpatrio dei jihadisti stranieri e delle loro famiglie. Anche il vicino Iraq, coinvolto almeno quanto la Siria nel fenomeno, tentenna nel rispondere alle richieste delle forze curdo-siriane.

Gli Stati Uniti e la Russia, che in modi diversi si dicono in prima linea nella lotta contro l'Is, non sono stati mossi dai "terroristi" rinchiusi nelle carceri del nord-est siriano, siano essi uomini adulti, minori, donne, anziani. Lo stesso vale per la Francia, la Gran Bretagna e molti altri paesi. Questi hanno finora allentato assai poco la pressione su un territorio estremamente saturo e sofferente, con infrastrutture inadeguate, segnato da una tensione sociale e una polarizzazione confessionale crescenti alla luce della peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni, aggravata dalle ripercussioni della pandemia.

La prigione di Gweiran tornerà a breve sotto il pieno controllo delle forze curde e arabe locali, sostenute dagli Stati Uniti. Ma il segno di questo episodio deve rimanere bene impresso nella mente di analisti, cronisti, osservatori, lettori e curiosi. Non soltanto da un punto di vista tattico e militare, in relazione al pericolo che gli evasi possano diventare nuove risorse per le cellule dell'Is già operative lungo la valle dell'Eufrate. Questo evento dovrà essere ricordato perché dimostra che il fenomeno del terrorismo va considerato nella sua complessità. L'espressione armata dell'insurrezione IS è solo la punta dell'iceberg di un malessere che viene da lontano e che è destinato persistere. Un disagio causato da decenni di privazione di diritti fondamentali, civili e politici, di intere comunità - curde e arabe, sunnite e sciite, cristiane e yazide, assire e turcomanne. Oggi queste società sono al centro di una guerra tra poveri ed esclusi, per accaparrarsi quel che rimane delle risorse di un territorio dall'altissimo valore geostrategico.

Hasake come capoluogo amministrativo dello Stato-nazione siriana conta relativamente poco. La sua rilevanza è pari a quella di Qamishli, l'altra maggiore città dell'area al confine con la Turchia. Questi due centri urbano-rurali costituiscono però i poli politici e militari dei poteri che oggi intendono controllare quell'angolo di Medio Oriente. Una regione ricca di risorse petrolifere e idriche, all'incrocio delle frontiere di Siria, Turchia e Iraq. Punto di passaggio millenario della via della seta, tra Caucaso, Anatolia e valle del Tigri. Tra Sinjar e Piana di Ninive. Tra Jazira e Badiya.

Nell'area attorno a Hasake sono dispiegati oggi gli eserciti russi e statunitensi, le forze governative siriane e quelle guidate dal PKK. Poco lontano si trova le milizie arabo-siriane cooptate dalla Turchia. Gli Hezbollah sciiti libanesi hanno un contingente all'aeroporto di Qamishli, come avamposto iraniano. Le forze curdo-irachene del governo filo-turco di Erbil sono poco distanti e non vanno d'accordo con le milizie irachene e filo-iraniane della Mobilitazione popolare, che hanno inglobato le milizie yezide anti-IS di Sinjar.

L'assalto al carcere di Gweiran ha riportato drammaticamente d'attualità il tema dei diritti e della spartizione della zona. Anche gli insorti jihadisti, siano essi dentro o fuori dal carcere, chiedono di essere considerati nella partita. E questo non offrirà certo migliori prospettive agli abitanti del nord-est siriano e di tutto il Medio Oriente. Se la questione continuerà a essere vista con le lenti della "lotta al terrorismo", ci aspettano altri lunghi anni di sofferenze.