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di Luca Grecchi

Corriere della Sera, 10 maggio 2026

Le persone con disabilità, nonché i loro famigliari, sono consapevoli del fatto che, salvo eccezioni - solitamente relative a persone, come suole dirsi, “ad elevato funzionamento” - nel nostro Paese si parla molto di inclusione nella teoria, ma se ne fa poca nella pratica. Le scuole, certo, sono tenute ad includere le persone con disabilità, ma, quando si esamina la situazione dei giovani studenti disabili, soprattutto se caratterizzati da difficoltà intellettive, ciò che si evince è che vi è spesso un mero inserimento nella classe (talvolta nemmeno nell’aula, almeno per una discreta parte del tempo-scuola).

Quando, poi, queste persone crescono, e si conclude l’obbligo scolastico, la non inclusione diventa ancora maggiore. Non vi è infatti, per quanto concerne il mondo del lavoro, alcun progetto organico per favorire la partecipazione sociale diffusa delle persone con disabilità. Vi sono, indubbiamente, alcune leggi che obbligherebbero i datori di lavoro ad assumere soggetti disabili, ma esse si scontrano di frequente con una scarsa volontà da parte delle imprese di applicarle, nonché con una scarsa volontà da parte del legislatore di farle applicare senza esenzioni. In generale, pur essendo la ricerca universitaria sulla inclusione molto fiorente, la cultura condivisa del nostro Paese, così come quella di molti altri Paesi, appare tuttora poco inclusiva. Sto assumendo sempre più consapevolezza di questa situazione, ogni giorno che passa.

Pur essendomi infatti occupato fino ad oggi, con decine di libri e articoli, di molti tra i maggiori problemi sociali del nostro tempo - per quanto sempre partendo dalla mia disciplina, ovvero la filosofia - non mi era mai capitato di ricevere così tante email come negli ultimi mesi, ossia da quando ho iniziato a scrivere sulla disabilità.

Questi messaggi, peraltro, sono quasi tutti dello stesso tenore. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di genitori che mi comunicano, sperando che io possa dare loro consigli concreti, che il loro figlio a scuola non viene minimamente incluso; oppure che, quando fanno notare ai docenti che dovrebbero applicare gli strumenti compensativi e dispensativi previsti per legge, parecchi di loro si mostrano refrattari, accampando cavilli pretestuosi; oppure ancora che, nel momento in cui si è costretti a rivolgersi, per ottenere il rispetto dei diritti dei propri figli, agli organi scolastici superiori, ci si trova spesso di fronte ad un muro di gomma, il quale pare finalizzato più alla protezione sistemica che alla reale soluzione delle questioni; e così via.

Non mi soffermo, inoltre, sulle molte email di genitori anziani che descrivono, peraltro con grande dignità, il sostanziale abbandono delle istituzioni nei confronti dei loro figli adulti, i quali, dopo i diciotto anni, è come se sparissero dai radar. Sembra infatti che queste vite, conclusa la scuola, non interessino più a nessuno, nemmeno a quello Stato che pure, nelle occasioni ufficiali, celebra sempre l’inclusione. Ci sono, per spiegare questo stato di cose, delle cause principali, dovute sostanzialmente al fatto, già rilevato in precedenti articoli per il Corriere della Sera, che l’attuale totalità sociale non è per nulla comunitaria.

Ciò crea, nei vari ambiti della vita - scuola, lavoro, società - la maggior parte dei problemi relativi alla inclusione, la quale richiede appunto, per instaurarsi, un ambiente comunitario. La questione che vorrei affrontare in questo articolo, pur limitata, è comunque la seguente: può in generale la cultura, ed in particolare la filosofia, far sì che la mancanza di inclusione sia maggiormente sentita, dal senso comune, come un problema? Il problema, infatti, oggi, è proprio che l’attuale situazione non è nemmeno sentita, dalla maggioranza delle persone, come un problema. La filosofia, occupandosi delle questioni più importanti inerenti alla vita umana, ovvero dei problemi universali di senso e di valore che riguardano potenzialmente tutti, nonché cercando di risolverli in maniera comunitaria (dato che sono temi comuni), può a mio avviso essere utile per favorire una presa in carico complessiva della situazione.

Detto questo, molti lettori ricorderanno, dal Liceo, di avere sentito, da Platone e Aristotele, che la filosofia nasce dalla meraviglia. Ciò sembrerebbe poco coerente con quanto poc’anzi affermato. In realtà, per comprendere bene questo punto fondamentale, occorre considerare che la parola greca che solitamente si traduce con “meraviglia”, ovvero thauma, possiede un duplice significato. Essa esprime sì, da un lato, lo stupore profondo che si prova, ad esempio, di fronte ad un magnifico paesaggio naturale. Il termine, però, manifesta pure lo sgomento, o l’angoscia, che si sperimenta di fronte ai gravi problemi degli esseri umani, quali sono anche quelli relativi alla mancata inclusione delle persone con disabilità.

Si tratta di due concezioni del thauma che conducono a due modi molto differenti di fare filosofia, sebbene non tutti, anche tra i maggiori studiosi, ne siano consapevoli. Nella prima accezione del termine, la filosofia sembra essere un raffinato passatempo intellettuale. Nella seconda accezione - che è tuttavia quella prevalente negli autori classici -, la filosofia porta invece lo sguardo sui problemi sociali più rilevanti, favorendo una dialettica comunitaria utile per cercare, tutti insieme, di risolverli. Non è un caso che la filosofia, in Grecia, nasca democratica, ovvero politica, sebbene oggi essa venga spesso, in alcuni contesti, banalizzata come una sorta di hobby ludico per persone colte. La filosofia, occupandosi dei temi più importanti della condizione umana, che diventano problemi quando appunto si interiorizza la sofferenza sociale che essi generano, può favorire l’inclusione alimentando una più diffusa consapevolezza degli stessi.

Adottare un approccio filosofico, soprattutto da parte di chi detiene responsabilità politiche, nonché culturali, potrebbe pertanto davvero essere di grande aiuto. I problemi, infatti, quando sono tali, esigono soluzioni. Se la ricerca delle soluzioni non viene intrapresa, a meno che i problemi non siano insolubili, ciò accade invece di solito perché, da parte di chi potrebbe intervenire, essi non sono davvero sentiti come tali. Quando, però, una questione come la mancata partecipazione sociale di milioni di persone con disabilità non è avvertita come un problema, almeno dalla maggioranza di un Paese, risulta doveroso interrogarsi su quale sia realmente il grado di civiltà di questo Paese.